lunedì 23 settembre 2019

Welcome Autumn!



...e finalmente è arrivato!
Lo so, mi attiro le ire degli amanti dell'estate, ma veramente non ne potevo più, agognavo questo giorno da diverse settimane e finalmente ci siamo. Questa mattina alle 9.50, il caro, dolce equinozio ci ha riportato l'autunno. 
"Ma cosa stai dicendo? Si sta così bene d'estate, con il caldo, la piscina, le bibite fresche, i gelati...", dirà qualcuno di voi. E io non sono certo qui a denigrare bagni rinfrescanti, nuotate o coni al cioccolato. Solo che il caldo, proprio, non lo tollero. Con l'aumentare dell'afa cala la pressione, si impenna l'irritabilità e la produttività finisce sotto la soglia di tolleranza. Divento matta, mi arrabbio e soffro, soffro e mi arrabbio e mi ritrovo a guardare sconsolata il calendario e a chiedermi quando finalmente potrò respirare. 


ORA. 


Ah... il foliage autunnale
Ora finalmente posso respirare. 

Giusto qualche giorno fa, parlando di questo mio disagio estivo, mi è stato detto "sei uguale a tua nonna". Lungi dal prenderla come una critica, ho sentito un moto di orgoglio (e una punta di nostalgia). 
Caspita, è vero. Sono uguale a lei. E ne sono felice.

La mia nonnina, che tra parentesi l'altro ieri avrebbe compiuto 99 anni (già, era nata lo stesso giorno di Stephen King, ovviamente di qualche anno prima... auguri nonnina, ovunque tu sia...), era una Nonna con la N maiuscola.

Che mi piaccia leggere già lo sapete, ma ora aggiungo che uno dei ricordi più belli legati alla lettura riguarda proprio lei: quando ero giovincella, diciamo tempi delle elementari/medie, la sera in autunno e inverno andavo spesso in camera sua prima di dormire, leggevo un po' sul suo divano mentre lei cuciva, o ricamava, o faceva una delle sue "attività da nonna", e poi tutti a nanna. Per molto tempo quindi l'associazione libro-nonna è stata automatica. 

Anche lei comunque leggeva molto; a un certo punto ho iniziato a prestarle i miei libri di Stephen King e lei li ha letti tutti! Ricordo che Misery, in particolare, le era molto piaciuto.

Riallacciandomi a questi pensieri, scaturiti dall'arrivo dell'equinozio autunnale, ho pensato di condividere con voi un altro racconto. Si tratta di uno dei miei primissimi lavori, scritto poco dopo che la nonna ci ha lasciati. Non brilla di originalità, lo so, (e credo che sia anche un po' triste) ma è stato il mio modo di salutarla per il suo ultimo viaggio. 

Buona lettura!




Il segreto della nonna


A mia nonna, Ernesta


«Faceva così freddo. Si avvicinava Natale e da giorni ormai aspettavamo la neve».
La storia di nonna Cristina, o meglio nonna Tina, iniziava sempre così. Da anni, fin da quando io e Laura eravamo bambine, la nonna ci raccontava di come lei e il nonno si erano conosciuti e  innamorati. In una fredda notte di dicembre di tanti anni prima, la nonna era andata ad aiutare sua madre, la levatrice del paese, a far nascere un bambino. Quando nonna Tina era entrata in casa, aveva visto un ragazzo in uniforme seduto al tavolo della cucina, accanto alla stufa. La gamba sinistra era fasciata così come il braccio destro, che teneva appeso al collo con un foulard verde. Il suo viso era tirato per la stanchezza ma anche, come le avrebbe detto in seguito, per l'emozione di essere tornato proprio il giorno in cui la sorella avrebbe dato alla luce il suo primogenito.
«Era appena rientrato dal fronte» diceva sempre la nonna. «Ci credete? Eh, il destino... se vostro nonno avesse tardato anche solo di un giorno, forse non ci saremmo mai incontrati».
In ogni caso, quello del primo incontro tra i nostri nonni era un racconto che io e mia sorella avevamo ormai quasi imparato a memoria; ci stupimmo quindi che la nonna ci avesse chiamati al suo capezzale, dopo tanti mesi di sofferenza, per parlarci per l'ennesima volta di qualcosa che conoscevamo già così bene.
Guardai Laura, che si strinse nelle spalle. Poi rivolsi di nuovo la mia attenzione alla nonna.
«Dovete sapere che ogni anno, il primo venerdì di dicembre, arrivava in paese una compagnia di attori. Le rappresentazioni si tenevano nella settimana di Natale, ma loro erano sempre arrivati un po' prima. Il capo era originario della zona e gli piaceva passare del tempo dalle nostre parti».
Io guardai di nuovo mia sorella. Lei scosse la testa confusa. Questa non l'avevamo mai sentita.
«Era il '39. La Guerra era scoppiata da poco e sebbene l'Italia ne fosse ancora fuori, tutti pensavamo che quell'anno gli attori non sarebbero venuti. Invece, il giorno dell'Immacolata, puntuali, li vedemmo arrivare con i loro carrozzoni. Dicevano che una cosa sciocca come la guerra non avrebbe mai potuto fermare l'arte. E infatti non mancarono mai, fino al '55, quando la compagnia si sciolse.
«Ma quell'anno non sarebbe stato come gli altri, almeno per me. C'era un componente nuovo nella compagnia. Si chiamava Sam. Il suo nome era Samuele, ma non gli piaceva...»
La nonna abbozzò un sorriso e si fermò un attimo, con lo sguardo sognante.
Io non credevo alle mie orecchie. Un po' per la strana novità di quello che aveva iniziato a raccontare. Ma soprattutto perché da quando l’ictus l’aveva colpita, mesi prima, non era quasi stata in grado di parlare. Solo monosillabi abbozzati qua e là, spesso accompagnati da arrancanti discorsi senza senso apparente. Era stata un po’ in ospedale, ma ora l’avevamo riportata a casa, nel suo letto. Ogni giorno sembrava l’ultimo, e noi quasi speravamo fosse così. Era una pena vederla in quello stato, incapace persino di prendersi il bicchiere d’acqua dal comodino.
Quel giorno, invece, sembrava ringiovanita di vent'anni. Parlava in modo fluido e mi stupii per la coerenza del suo discorso. Sapevo che, con l'età, le persone tendono a ricordare meglio eventi occorsi anni prima piuttosto che, non so, quello che hanno mangiato per colazione. Ma quell'elencare date precise, quel suo parlare corretto e chiaro, mi misero stranamente a disagio.
«Sam aveva ventun anni, tre in più di me. Ed era davvero bravo. Lo vidi recitare a Natale e ne rimasi colpita. Avevano messo in scena l'Otello e lui interpretava Jago. Oh, non potete immaginare... provai un'emozione così forte a vederlo lì, sul palco. Così bello... e i suoi occhi... me ne innamorai subito».
Io e mia sorella ci guardammo imbarazzate.
Non avevamo mai saputo di nessuno prima del nonno.
E lui? mi chiesi con un senso di inquietudine. Il nonno l'aveva mai saputo?
E poi, perché lo stava raccontando proprio a noi? Né mia sorella né io siamo mai state molto inclini alle romanticherie. Preferiamo Shining a Via col Vento, per intenderci. E stare a sentire la storia d'amore segreta di nostra nonna per un attore girovago... beh, con tutto il bene che le volevamo, non eravamo comunque molto entusiaste.
Ma rimanemmo lì, pur nel nostro imbarazzo, perché la nonna sembrava invece così raggiante, come non la vedevamo da tempo, e forse questo valeva un po' di disagio da parte nostra.
«Quella notte sognai Sam. Sognai di parlargli, di tenergli la mano... ero cotta, come mai prima di allora. Il giorno dopo lo incontrai in chiesa, durante la Messa di Santo Stefano. Forse si accorse che passai tutto il tempo della funzione a fissarlo, perché a un certo punto mi sorrise. Io rimasi di sasso. Penso di essere diventata rossa come un gambero, ma fortunatamente i vostri bisnonni non se ne accorsero.
«Uscita dalla chiesa, Sam cercò di avvicinarsi a me. Volevo con tutta l'anima lasciarglielo fare, ma se papà mi avesse vista parlare con un attore, sarebbero stati dolori.
«Quindi affrettai il passo, con il cuore in pezzi all'idea che Sam potesse vedervi indifferenza da parte mia.
«Per fortuna la mamma mi chiese di passare da mio cugino Carlo a prendere un paio di conigli che aveva ucciso quella mattina. Ne approfittai e mi nascosi dietro un angolo, finché vidi arrivare Sam. Uscii dal mio nascondiglio proprio quando passava lui e finsi di non vederlo. Per poco non ci scontrammo... dopo tanti anni, ancora non riesco a credere di aver avuto il coraggio di usare uno stratagemma simile... ma funzionò. Dopo un paio di 'scusa' e 'non ti avevo visto', finalmente ci presentammo. Da vicino era ancora più bello. Gli occhi verdi, i capelli neri che gli coprivano la fronte… Si offrì di accompagnarmi per un pezzo di strada e io fui più che felice di acconsentire. Mi raccontò un po' di sé. Disse che voleva diventare un attore professionista. Si era unito alla compagnia per fare un po' di esperienza e guadagnare qualche soldo, nella speranza di riuscire un giorno a frequentare una scuola di recitazione e sfondare nel teatro vero. Sapeva che la gente non vedeva di buon occhio gli attori girovaghi, ma non gli importava. Quando non recitava, andava a lavorare a giornata nelle cascine o nelle botteghe. La sera, invece, studiava. Storia, geografia, letteratura. Lo so, sembra fin troppo perfetto per essere vero. Ma vi garantisco che Sam era davvero così. Era speciale...».
La voce della nonna si abbassò e gli occhi le divennero lucidi. Poi, con un sospiro, riprese il racconto.
«Arrivammo fin troppo presto in vista della cascina di mio cugino. Gli chiesi se lo avrei visto di nuovo e lui mi disse che per quella sera avrebbe volentieri rinunciato ai suoi studi pur di vedermi ancora. A quelle parole mi mancò il fiato. Non pensai nemmeno a quanto sarebbe stato difficile uscire di casa senza farmi vedere da mio padre. Accettai all'istante. Il mondo non mi era mai sembrato così bello.
«Per fortuna, con mamma e papà che andavano a dormire sempre presto, non fu difficile uscire quella notte. E così tutte le sere della settimana successiva. Sam e io ci incontravamo al limitare del campo della Bianchetta, dove adesso c'è il bar del Gino. Faceva freddo, un freddo che ti entrava nelle ossa e ti faceva battere i denti. Ma a noi non importava. Eravamo giovani, gli acciacchi dell’età erano ancora lontani.
«Lui mi parlava dei suoi progetti per il futuro, e io dei miei. Si parlava anche della guerra, naturalmente, anche se le notizie erano sempre scarse. Non era come oggi, con i telegiornali e il vostro internet. Una volta espressi la mia paura che la guerra arrivasse fino da noi; lui si rabbuiò, confessando di avere un problema al cuore. 'Niente di grave' mi disse, 'ma non potrei dare il mio contributo, nel caso ce ne fosse bisogno'. Mi dispiacque vederlo così abbattuto, ma in cuor mio ringraziai il Signore. Solo il pensiero di saperlo al fronte mi faceva gelare il sangue.
«Arrivò l'ultima sera. Il giorno dopo la compagnia sarebbe ripartita. Sam arrivò all'appuntamento con in mano un pezzo di carta. Me lo porse e mi disse di leggerlo una volta arrivata a casa. Il momento dell'addio fu devastante. Io mi misi a piangere e lui mi confortò, promettendomi che ci saremmo rivisti l'anno successivo. Ma un anno era così lungo...
«Arrivata a casa, mi chiusi in camera mia e guardai il foglietto che Sam mi aveva dato. Era un piccolo cartoncino su cui lui aveva disegnato il calendario dell'anno seguente. Era un lavoro stupendo. Un semplice disegno a matita, sembrava però il frontespizio di un libro antico. Con un pastello rosso aveva cerchiato la data del 6 dicembre. Da lì partiva una piccola freccia a indicare una frase sul bordo inferiore: Aspettami. Sam.
«E io lo aspettai. Puntuale, il 6 dicembre del 1940 la compagnia ritornò, e Sam con loro. Ricominciarono gli appuntamenti la sera, le lunghe chiacchierate; mi sembrava di non essere nemmeno più me stessa quando ero con lui. Nessuno sapeva nulla di noi. Era il nostro segreto e questo rendeva tutto ancora più magico. Venne poi il momento della partenza. L'ultima sera mi diede un nuovo cartoncino. Era identico a quello dell'anno precedente: un calendario disegnato a matita del 1941, con un cerchietto rosso sulla data del 5 dicembre. E di nuovo quelle due parole: Aspettami. Sam.»
Nonna Tina aveva gli occhi lucidi. Nessuno aveva mai saputo niente di questo fantomatico Sam. O forse... il dubbio mi assalì inatteso. E se Sam non fosse mai esistito? Se fosse stato solo il frutto della malattia che l'aveva colpita, che le aveva distrutto la mente e le faceva vedere e dire cose inesistenti...
Realtà o allucinazione, ero presa dal racconto. E anche mia sorella, me ne accorgevo da come si mangiucchiava l’unghia del pollice.
Mi era sempre piaciuto ascoltare nonna Tina, con quella sua voce sempre un po’ roca, più calda di una cioccolata in una giornata di neve. Ma quel giorno il suo talento innato di cantastorie si era triplicato. Mi pareva quasi di sentire il freddo di quelle notti segrete all'aperto, mi sembrava di vedere quei piccoli, preziosi calendari, di sentire l'odore della grafite sul cartoncino.
E anche quello della paura.
Sapevo che qualcosa, nel corso del racconto, sarebbe andato storto. Un po' perché, naturalmente, nostro nonno non si chiamava Sam... ma era anche una sensazione, un amaro presentimento. Il sentore di una qualche tragedia imminente era quasi palpabile.
«Andò avanti anche l'anno successivo. Ci credete? Aspettavamo undici mesi senza vederci e passavamo il poco tempo che avevamo tra sotterfugi e bugie ai miei genitori. Come mi mancava Sam durante il resto dell'anno... Avevo solo quei piccoli calendari a ricordarmi di lui. Non una foto, una lettera... per me quei semplici cartoncini erano più preziosi di tutti i gioielli del mondo. Poi, arrivò l'inverno del '42».
Nonna Tina tacque per un po'. Ci chiese un bicchiere d'acqua e, dopo aver bevuto un piccolo sorso, riprese a raccontare.
«Il quattro dicembre nevicava. Io andai in paese a veder arrivare la compagnia. Molti facevano come me. Era un po’ un evento, a quei tempi, quindi nessuno avrebbe sospettato che il mio interesse fosse rivolto a uno solo dei componenti.
«Ma Sam non c’era.
«Lo cercai con lo sguardo qua e là, ma inutilmente. Di solito, sapendo che io andavo ad aspettare la compagnia, usciva dal carrozzone appena possibile per salutarmi con un cenno...
«Vidi un’amica e, con la scusa di chiacchierare con lei, mi trattenni ancora un po’. Speravo che lui fosse semplicemente in ritardo, forse lo avevano mandato a fare qualche commissione… ma il cuore era un cavallo impazzito. Non so come riuscii a intrattenere la conversazione con la mia amica, perché tutti i miei nervi erano tesi, sentivo che qualcosa non andava e non riuscivo a farmi passare quella sensazione che una tragedia si fosse abbattuta sulla mia vita. Dicono che non bisogna dare ascolto alle sensazioni, che la premonizione non esiste. Ma io sapevo che era successo qualcosa a Sam.
«Mi sembrava che il ghiaccio avesse preso il posto del sangue nelle mie vene. Dopo qualche minuto Giacomo, il capo della compagnia, si avvicinò a noi. La mia amica lo salutò e gli chiese se l’anno appena passato era trascorso bene. Lui scosse la testa e disse:
«'Purtroppo no, signorina. Solo un mese fa abbiamo perso uno dei nostri migliori attori. Il giovane Samuele è morto'.
«Queste parole le ricordo a memoria. Mi hanno rincorsa nei miei incubi peggiori per non so quanto tempo. Quello che Giacomo disse dopo, però, non lo sentii. Sono sicura che il mio cuore abbia smesso di battere per qualche secondo. Con una scusa mi allontanai da loro e corsi vicino al campo della Bianchetta. Mi sedetti sul bordo del fosso e tirai fuori dalla tasca il cartoncino che Sam mi aveva dato l’anno prima. Il cerchietto rosso, con la parola Aspettami, era sul quattro dicembre. Io lo avevo aspettato, paziente. Ma lui non aveva mantenuto la promessa. Non sarebbe mai arrivato.
«A un tratto l’enormità della cosa mi travolse. Cominciai a piangere, ma non gradualmente. Fu come se le lacrime esplodessero, come se fossero state trattenute fino a quel momento da una diga che alla fine era crollata.
«Non so per quanto rimasi lì a piangere. So solo che quando arrivai a casa ero in ritardo per il pranzo, quindi dovevo esserci stata un bel po’. Inoltre, la mia permanenza lì alla Bianchetta, al freddo e seduta sulla neve mi procurò una brutta infreddatura. Mi venne la febbre alta e dovetti rimanere a letto per una settimana. La cosa tornò comunque a mio vantaggio: la mia famiglia pensò che il mio pallore e la mia inappetenza fossero dovuti alla malattia e non chiesero spiegazioni.
«Venni a sapere in seguito che Sam era rimasto vittima di uno sfortunato quanto banale incidente. Mentre lavorava alle scene, l’impalcatura su cui si trovava si era rotta. Nella caduta, Sam aveva picchiato la testa. Era morto sul colpo. Non aveva sofferto, almeno così dicevano».
Laura e io avevamo le lacrime agli occhi. Davvero era successo tutto questo? E nonna Tina non ce ne aveva mai parlato? Eppure doveva averlo detto a qualcuno. A papà, magari. O alla mamma. O forse un'amica. Com’era possibile soffrire una simile tragedia e non parlarne mai ad anima viva? Io so che sarei impazzita.
«Basta piangere, ragazze. È successo tanto tempo fa. Ho sofferto a lungo, e da sola. Sono stati tempi difficili, spesso ho temuto che non avrei mai più ritrovato la gioia. Poi, due anni dopo, ho conosciuto vostro nonno. Ed è stata una benedizione. L’ho amato tanto, e non passa giorno, da quando il Signore l’ha voluto con sé, che non senta la sua mancanza. Ma la morte di Sam, tanti anni fa, è stata un duro colpo. Non potrò mai dimenticarlo. Per questo ho voluto raccontarvi la nostra storia. Nessuno ne ha mai saputo niente, ma non voglio che essa muoia con me. Promettetemi di non dimenticare».
«Nonna, te lo prometto» disse Laura. «Ma voglio che ce ne racconti ancora tante altre, di storie, okay?»
«Laura, piccola mia. Non posso. Sto per andarmene».
«Ma non è vero!» dissi io, «non dire queste cose, neanche per scherzo. Oggi stai una favola!»
«Lo so, Silvia. Oggi è una buona giornata. Ma sarà l’ultima».
Io e Laura protestammo di nuovo, ma lei sembrava quasi felice.
«Non vi preoccupate, bambine. Solo non dimenticate. E… avrei un altro, grande favore da chiedervi».
«Tutto quello che vuoi» dissi io, «basta che la smetti con questi discorsi».
Nonna Tina sorrise e continuò a parlare come se io non avessi detto niente.
«Vi ricordate la mia Bibbia, quella che ho qui, nel cassetto?» disse indicando il comodino di fianco al letto.
Certo che ce la ricordavamo.
Oh, anche quella era un pezzetto di lei. L’aveva da quando era giovane. La chiudeva con un nastro di raso bianco, perché era piena zeppa di santini e preghiere che altrimenti sarebbero volati da tutte le parti. Lei la leggeva molto spesso. Non era raro trovarla seduta in poltrona con la Bibbia in mano. Sapeva recitare a memoria molti passi, e quando io e mia sorella eravamo piccole, a volte ci leggeva brani biblici invece delle favole.
«Fate che non vada persa. Ci sono così tante cose importanti, lì dentro. Non voglio che finisca in qualche soffitta per poi essere gettata nella spazzatura. Quando me ne sarò andata venite a prenderla e custoditela con cura, vi prego».
«Nonna...»
«Me lo promettete?»
«Sì, nonna, certo, ma...»
Nonna Tina sospirò soddisfatta. «Grazie, bambine mie». Posò la testa sul cuscino, la bocca atteggiata a un sorriso, e chiuse gli occhi.
Io e Laura ci guardammo. Si era forse addormentata? Laura le toccò una mano, ma la nonna non si mosse. Respirava tranquilla. Era come se si fosse tolta un peso dal cuore e potesse quindi riposare serena. Come se avesse alleggerito la sua anima prima di...
Ma non era possibile. Era stata così bene durante tutta la giornata. Io e Laura uscimmo dalla stanza perplesse, ma leggermente rincuorate e con la speranza che, forse, la nonna si sarebbe rimessa.

    Questo accadeva quattro giorni fa, giovedì undici dicembre duemilaotto.
    La nonna ci ha lasciati il giorno dopo.

Ora è lunedì sera. Le nove meno un quarto, per la precisione.
Questo pomeriggio c’è stato il suo funerale.
Dopo cena ho acceso il portatile e ho iniziato a scrivere queste righe. Da un lato ho voluto farlo perché lo sentivo come un dovere verso la nonna, che ci ha raccontato del suo sfortunato amore perché la sua storia non morisse con lei. Ma l’ho fatto anche perché ieri è accaduta una cosa strana e forse portare il tutto nero su bianco mi aiuterà a chiarirmi le idee.
Ieri, verso sera, sono entrata in camera sua.  La camera ardente era stata allestita proprio lì. Ho aspettato però che non ci fosse nessuno. Laura è rimasta davanti alla porta per controllare che non entrassero amici e parenti. Non che ci fosse niente di male, dopotutto mica stavamo rubando nulla. Ma quella era una cosa nostra, capite? Tra noi e la nonna. E non volevamo dover dare spiegazioni.
Ho aperto il cassetto del comodino e la Bibbia era lì, con il suo nastro bianco che pur vecchio e logoro era sempre candido come la neve.
Ho preso il libro e mi sono girata a guardare il viso della nonna: quelle guance, solcate da tante rughe, che però erano sempre lisce e morbide come seta; il profumo perenne di crema idratante e acqua di colonia che aleggiava intorno a lei; i capelli, ancora neri a parte qualche sporadico filo argentato, che tanta invidia suscitavano nelle sue coetanee. Tutti dettagli che non avrei più rivisto, se non nel ricordo.
Mi è venuta allora in mente una frase che aveva detto la nonna durante il suo ultimo racconto: ‘a un tratto l’enormità della cosa mi travolse'.
Gli occhi mi si sono riempiti di lacrime e nell’alzare il braccio per asciugarmi la guancia, ho urtato il comodino e la Bibbia mi è scivolata di mano.
Ho raccolto il libro e ho visto spuntare, più o meno a metà del volume, l’angolo di un cartoncino ingiallito. Subito ho pensato che fosse uno dei tanti santini infilati tra le pagine. Ma poi, guardando meglio, ho visto che era pieno di numeri. Piccoli, scritti a matita… Non so descrivere come mi sono sentita in quel momento. È stato come scoprire all’improvviso che Babbo Natale, in realtà, esiste per davvero.
Ho sciolto il fiocco che chiudeva il libro e l’ho aperto alla pagina da cui spuntava il cartoncino. Ce n’erano quattro in tutto. Tre erano ingialliti, visibilmente vecchi. In alto, al centro, riportavano rispettivamente i numeri 1940, 1941 e 1942.
Il quarto è stato quello che invece mi ha quasi fatto cadere come una pera cotta sullo scendiletto. Era identico agli altri, solo che il cartoncino non era affatto ingiallito. Sembrava fosse stato scritto solo pochi giorni prima. L’anno indicato in alto al centro era il 2008. Sulla data del 12 dicembre c’era un cerchietto rosso, tracciato con un pastello. Vicino, segnate da una freccia dello stesso colore, le parole «Ti aspetto. Scusa il ritardo. Sam».
Credo di essere rimasta qualche minuto così, immobile con quel piccolo cartoncino nella mano. Poi Laura ha socchiuso la porta, svegliandomi dal mio torpore.
«Ehi, sbrigati! Non posso star qui in eterno!»
Ho farfugliato uno 'scusa, ho quasi finito' a mia sorella, ho rimesso il cartoncino al suo posto e sono quasi scappata dalla stanza. Quando sono uscita Laura mi ha chiesto se stessi bene, perché a suo dire ero bianca come un lenzuolo. Le ho spiegato di essermi commossa a vedere la nonna e a lei tanto è bastato. In quel momento ero troppo scioccata, non me la sono sentita di dirle niente. Glielo dirò un giorno, ha diritto di sapere.
Poi ci ripenso e mi chiedo se invece tutta la storia di questo Sam non sia stata sua fantasia. Forse i cartoncini li ha scritti tutti lei… anche se la calligrafia non assomiglia per niente a quella della nonna. E poi quante probabilità ci sono per una persona di indovinare esattamente il giorno della propria morte?
Non lo so.

Ma forse preferisco non farmi più queste domande. Preferisco credere che sia tutto vero. Che Sam sia esistito, che abbia amato la mia nonna e sia stato amato da lei. Che ora si siano ritrovati e che il loro Paradiso sia un angolo del campo della Bianchetta, coperto di neve, dove chiacchierare eternamente alla luce delle stelle più belle.




domenica 4 agosto 2019

Racconto a puntata - L'Oscuro Passeggero (Parte 4)

Buongiorno amici!

Siamo arrivati alla fine di questo primo esperimento di racconto a puntate. Spero vi sia piaciuto, mi raccomando, postate i vostri commenti e, se avete apprezzato, condividete come se non ci fosse un domani!

Dimenticavo, qui trovate la prima, seconda e terza parte.

Buona lettura!



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L'Oscuro Passeggero - Parte 4


Tony ha urlato. Per la prima volta da quando ho memoria, non ha sussurrato con la sua voce di serpe. Ha gridato così forte che mi sono dovuto coprire le orecchie con le mani.
Dannato idiota, finisci quello che hai iniziato!
«No!» ho gridato.
È stato allora che si è staccato.
Ho sentito un rumore come di velcro che si strappa, e Tony non era più il mio oscuro passeggero. Era un’entità color sangue rappreso, un essere infetto ribollente di pece che mi stava davanti e mi fissava con due paludi nere al posto degli occhi. Penso di aver gridato, ma non ne sono certo. So solo che mi sono sentito sollevare, e un istante dopo il mio corpo rotolava giù dalle scale. Ho sentito distintamente l’osso della gamba che si spezzava. Ha fatto molto male, fa ancora molto male; ma la sensazione di libertà, di essere davvero, per la prima volta, l’unico padrone dei miei pensieri è stata ed è così forte da rendere il dolore quasi sopportabile. Devo anche avere la schiena costellata di ferite da taglio, perché cadendo ho distrutto una piccola vetrinetta che stava sulla parete di fronte alla scala. Una bella teca, piena di cristalli Swarovsky, forse un po’ retrò ma di gusto. Peccato che ora sia solo un ammasso di cocci di vetro che luccicano nella poca luce proveniente dal bagno al piano di sopra.
Tony è ancora lassù; sta forse cercando di finire da solo il lavoro che io ho lasciato a metà? Improbabile; se non avesse bisogno del mio corpo mi avrebbe abbandonato tempo fa. L’unica cosa di cui sono praticamente certo è che quando arriverà quaggiù per me sarà la fine. L’ho letto con certezza in quei suoi occhi di pece.
Dovrei fuggire. Almeno provarci, anche se con tutto il sangue che ho perso le forze sono quelle che sono. Provo a spostarmi ma la schiena reagisce con una fitta che è come una colata di piombo fuso. Devo essermi rotto qualcosa anche lì. Cerco di muovere le gambe ma il metallo rovente scivola anche laggiù. Non credo di essere paralizzato, almeno lo spero, ma fa troppo male. È inutile, senza qualcuno che mi aiuti non posso sfuggire al mio destino. L’unica cosa che riesco a muovere è il braccio destro, e nel farlo completo l’opera tagliandomi su uno dei cocci della vetrinetta.
Ben fatto, Fabio, davvero un…
Non riesco a completare il pensiero. Un’ombra si staglia sopra di me e la temperatura del mio corpo sembra abbassarsi di dieci gradi almeno.
Tony è arrivato, alla fine. La sua figura incombe sul mio corpo sdraiato, orrida e trasudante odio.
Mi guarda con quelle orbite rosse e fangose. Inclina la testa informe in un’espressione interrogativa. Poi allunga la mano e la posa sul mio ginocchio.
Tony ti prego…
A momenti sentirò la gamba strapparsi dal resto di me, lo so… vuole vendicarsi e sarà straziante.
Perso nel terrore dell’anticipazione, impiego un paio di secondi per accorgermi che il dolore inizia a scemare.
Tony mi parla. Le sue parole non hanno il timbro nitido cui sono abituato; la voce è distorta, lontana. È come se ascoltassi la musica di un grammofono posto a due o tre stanze di distanza.
Ricominciamo, Fabio.
Guardo la gamba. L’osso sta tornando al suo posto. La ferita, molto lentamente, inizia a rimarginarsi.
E un terrore ancora più grande mi assale.
Ripenso al tizio di sopra, addormentato nella sua vasca. A Clara Derossi, vittima innocente. Alle anime che ho rubato senza averne il diritto.
Potevo sopportare di essere fatto a pezzi dal demone che ha distrutto la mia vita. Non di essere rispedito in quell’incubo.
La mia mano destra si alza, lenta. Le dita afferrano un pezzo di vetro, forse proprio quello che mi ha tagliato il braccio poco fa.
Tony mi osserva. Non è più dentro di me, non capisce subito le mie intenzioni. Si avvicina, come per guardare meglio. A un tratto comprende, perché l’antro scuro nella parte bassa del suo volto si spalanca e ne esce una sillaba distorta.
NO!
Premo il coccio sul lato del collo con tutta la forza che mi resta. Non è molta, ma sufficiente a recidere la giugulare.
Riporto lo sguardo sulla citazione appesa sopra la mia testa, mentre il mondo comincia a sfaldarsi.
Sogna come se dovessi vivere per sempre; vivi come se dovessi morire oggi.
E oggi morirò. Ma sarà come se vivessi ora per la prima volta; questi ultimi istanti varranno una vita intera e potrò fingere di poter essere per sempre così, come sono ora. Morente, ma in pace.
Perché ora, finalmente, sono libero.


Fine

sabato 3 agosto 2019

Racconto a puntate - L'Oscuro Passeggero (Parte 3)

Buongiorno amici,

eccoci con la terza parte del mio racconto L'Oscuro Passeggero (qui trovate la prima e la seconda parte)

Buona lettura!


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L'Oscuro Passeggero - Parte 3


Se avevo sbagliato quella volta, potevo aver ucciso altri innocenti.
In quel preciso istante il drappo che dall’infanzia offuscava il mio sguardo si è dissolto. Mi sono visto per quello che ero in realtà.
Mi ero convinto, o forse era stato Tony a farlo, che dirigere la mia mania omicida verso la feccia della società facesse di me un eroe. Non era vero. Ero solo un mostro, non migliore delle mie vittime. Anche delle peggiori tra loro.
Ho rifiutato di continuare. Non potevo, non più, ora che mi era chiara la mia vera natura.
Ma come un fumatore incallito non può pensare di non toccare più una sigaretta da un giorno all’altro, così anch’io ho scoperto quanto possa essere difficile andare contro i propri istinti più profondi. Potevo raccontarmi quello che volevo, ma vivevo per il sangue. Mi svegliavo di notte sudato, negli occhi strisce rosse su porcellana bianca; un abbinamento di colori che mi era oramai familiare e che bramavo di rivedere al più presto.
E sullo sfondo di tutto, lui. Tony.
Non puoi smettere, Fabio. La brava gente di questo mondo ha bisogno di te, per fare ciò che spesso la giustizia non riesce a fare.
«Ma ho ucciso un’innocente». Quante volte ho sussurrato questa frase tra le lacrime, mentre lo stomaco mi faceva male e la testa mi scoppiava. Il più delle volte avevo una bottiglia di superalcolico tra le mani. L’unica cosa che mi stordisse abbastanza da non cedere alla tentazione.
Non importa. Anche i migliori possono sbagliare. Non puoi abbandonare la tua missione per un piccolo errore.
Cercavo di non ascoltarlo. Nei momenti migliori pensavo di partire, di andarmene lontano. Cambiare aria forse mi avrebbe aiutato. E nonostante il dolore, nonostante la fatica, sono riuscito a resistergli.
Fino a ieri, quando al telegiornale hanno parlato di quel tizio di Torino.
Ha violentato undici donne, Tony ha iniziato a ripetermi, ed è fuori per un cavillo burocratico. Tutti sanno che è stato lui, ma può girare libero e fare altro male. Questo tipo non è un’altra Clara, Fabio. Lascia fare alla natura, non ribellarti al tuo vero io. Vai e fai ciò che deve essere fatto.
«Non importa che sia un mostro» ho ribattuto. «Non voglio più… farlo».
Ma alla fine Tony ha vinto. La mia mente ha iniziato a immaginare la sensazione della lama che scivola nella carne come un dito nella sabbia, il profumo del sangue che scorre sensuale, il rumore ritmico delle gocce che scivolano dalla bocca del rubinetto e si perdono nella superficie liscia dell’acqua bollente. E ho ceduto.
Così ora sono qui.
Lassù, all’altra estremità della rampa di scale da cui sono appena caduto, in un bagno pieno di vapore giace lo stupratore. È nella vasca, vestito. Ma i suoi polsi sono intatti. All’ultimo istante la mente si è fatta lucida. Ho capito che non sarei dovuto essere lì. E me ne sono andato.

...to be continued...

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A presto, con la quarta e ultima parte!

venerdì 2 agosto 2019

Racconto a puntate - L'Oscuro Passeggero (Parte 2)

Buon pomeriggio amici!

Eccomi con la seconda parte del racconto L'Oscuro Passeggero (per chi se la fosse persa, qui trovate la prima parte)

Buona lettura!


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L'Oscuro Passeggero - Parte 2


La gamba sembra una vecchia canoa in mezzo a un mare di sangue. Ne sto perdendo tanto. Troppo.
Le forze mi stanno abbandonando e sento le ossa cristallizzarsi in una nuvola di freddo.
Ma non riesco a non pensare a Clara.
Non riesco a dimenticare il momento in cui ho letto la notizia, il 12 aprile. Sei interminabili mesi fa.


CLARA DEROSSI SCAGIONATA DA TUTTE LE ACCUSE
L’infermiera Clara Derossi, 36 anni, arrestata lo scorso 28 febbraio con l’accusa di aver causato volontariamente la morte di almeno quindici pazienti dell’Ospedale della Santa Misericordia, era innocente. Le prove che fin dai primi giorni sembravano inchiodarla sono state invalidate da alcuni video di sorveglianza che parevano essere andati perduti. Un lieto fine che la donna non sarà però in grado di apprezzare. Clara Derossi si è infatti suicidata il 3 marzo, mentre si trovava agli arresti domiciliari in attesa del processo.



Ricordo di essere rimasto immobile davanti al notebook aperto. Ho sentito uno sciabordio nel petto, come se qualcuno avesse spaccato un argine e la mia anima ne fosse defluita in un vortice doloroso.
Clara. Che mi ha guardato con paura, ma che quando l’ho narcotizzata, nella semi oscurità della sua camera da letto, non ha fatto il minimo tentativo di combattermi. Che mi ha fissato quasi con gratitudine, come se sapesse che io ero l’angelo vendicatore che stava per porre fine alla sua miseranda vita.
Non mi è mai passato per la mente che l’angoscia nei suoi occhi non fosse consapevolezza di aver fatto qualcosa di orrendo, bensì rassegnazione verso un mondo che, pur nella sua innocenza, l’avrebbe vista come un’assassina.
L’ho presa e, come ho sempre fatto con le mie prede, l’ho portata in bagno. Ho aperto l’acqua della vasca e ve l’ho adagiata con indosso ancora il pigiama. Ho aperto una scatola di lamette da barba e ne ho presa una, lasciando il pacchetto aperto sul bordo della vasca. Ho messo la lametta tra le dita di Clara e l’ho usata per tagliarle i polsi.
Ben fatto, mi ha detto Tony.
Ho ripulito e me ne sono andato, felice della buona riuscita della missione.
Poi è arrivato il 12 aprile.
E tutte le mie certezze sono crollate.


...to be continued...

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A presto con la terza parte!

giovedì 1 agosto 2019

Racconto a puntate - L'Oscuro Passeggero (Parte 1)

Buongiorno amici!
Estate, periodo di sudate eccessive ma anche di molto più tempo libero a disposizione per scrivere o ideare nuove esperienze. Proprio come quella che vi propongo oggi!
Ok, questa, nello specifico, è in realtà un'esperienza nuova solo per me. Credo sia per lo meno dal diciannovesimo secolo che autori, classici e contemporanei, hanno pubblicato o pubblicano a puntate. Ma io non lo avevo mai fatto e sono emozionata all'idea di provarci. 

Ho tanti racconti stipati nelle cartelle del mio PC, un giorno mi piacerebbe vederli tutti riuniti in una raccolta... chi vivrà vedrà! Ma qualcuno vorrei iniziare a proporlo tra queste pagine. 
E oggi inizio con L'Oscuro Passeggero.

Due parole di introduzione.
Sono andata a ripescare una storia scritta per un contest, nello specifico la mitica Macelleria Numero 6, sul forum di La Tela Nera, - luogo a me quanto mai caro dato che lì ho iniziato a farmi le ossa ma soprattutto a conoscere persone splendide -, risalente all'aprile del 2016. I tema dell'edizione era "i mostri" e all'interno del racconto doveva comparire una citazione di Oscar Wilde. Ricordo che l'idea per la trama mi era venuta praticamente subito dopo aver letto le specifiche; cosa che mi capita di rado, di solito devo meditarci sempre su un po'.
Ho scelto questo racconto perché, nonostante la facilità con cui la storia mi si era presentata, da allora non lo avevo più ripreso, a dire il vero quasi non me ne ricordavo più, poverino. L'ho quindi ripescato dal suo angolino polveroso, ho sistemato due o tre cosine qua e là, e ora ve lo ripropongo, sperando possa piacervi. 

Piccolo avvertimento: per coloro che di mio hanno letto solo il mio romanzo Stelle d'Inchiostro (che tra l'altro al momento è in super promozione! Date un'occhiata qui), avviso che i temi trattati in questo racconto sono decisamente diversi; questa storia è un po' cruda, spero faccia anche un pochino paura (non tanto, ma un pochino...)

E mi raccomando, fatemi sapere cosa ne pensate!

E che c'entra adesso Dexter Morgan?
Lo scoprirete solo... leggendo!


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L'Oscuro Passeggero - Parte 1


Sogna come se dovessi vivere per sempre; vivi come se dovessi morire oggi.
Che ironia. È altamente probabile che morirò proprio oggi.
Sposto lo sguardo dalla citazione a punto croce appesa alla parete sopra di me e lo poso sulla mia gamba e sull’osso che fuoriesce da sotto il ginocchio.
Avrei dovuto resistere, oppormi alla sua presenza opprimente.
Invece, ho voluto ascoltarlo ancora. Tony. Stramaledetto Tony.
Solo questa volta, aveva detto. Andiamo. Tutte quelle donne…
Ora non c'è più, finalmente. Oh, tornerà. Ma per ora mi godo la libertà.
Lui. L’oscuro passeggero.
Nel turbine del dolore, sento le labbra incresparsi in un sorriso.
Ripenso per l’ennesima volta a Dexter Morgan. Cacchio, quanto ho adorato quella serie. Un assassino che tenta di sfruttare le sue pulsioni più perverse per liberare l’umanità dalla feccia. Quando l’ho sentito definire la mania omicida del suo personaggio «l’oscuro passeggero», ho quasi pensato che Michael C. Hall si sarebbe voltato verso la telecamera, mi avrebbe guardato negli occhi e mi avrebbe detto «ti piace, Fabio?». Oh, se mi piaceva. Di più. All’epoca mi sentivo ancora un Dio, un oscuro supereroe guidato da una voce che non mi apparteneva ma che era sempre stata dentro di me.
Fin da bambino.
Come quando ho spaccato il bicchiere in testa a Giacomo perché aveva tirato le trecce a Letizia. O alle medie, quando mi sono preso tre giorni di sospensione perché ho quasi ammazzato di botte quel ragazzo di terza, come cavolo si chiamava? E che cazzo, aveva infilato la testa del mio migliore amico nel cesso, cosa avrei dovuto fare, dargli un premio?
Questo, almeno, era quello che pensavo allora. Adesso la so più lunga.
Adesso so che una persona normale si sarebbe trattenuta. Una persona normale sarebbe accorsa, sì, in aiuto del suo amico, ma senza bisogno della violenza.
Per anni ho anche pensato che fosse giusto uscire la notte e spedire al Creatore pedofili, assassini e truffatori. Dopotutto, era Tony a dirmelo. Il mio oscuro passeggero. L’avevo chiamato così, come l’amico (più o meno) immaginario di Danny Torrance. Adoravo anche Shining. A pensarci a posteriori, mi accorgo che mi piacevano tutte le storie in cui fantomatiche e misteriose voci dicevano alla gente cosa fare.
Forse perché, convincendomi che era Tony a farmi fare quelle atrocità, potevo sentirmi in pace con me stesso.
Ora quelle storie non mi piacciono più così tanto.
Non dopo Clara.

- to be continued - 

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sabato 25 maggio 2019

Stelle d'Inchiostro in biblioteca

Ciao a tutti e buon sabato!

Sono un po' di corsa, ma questo devo dirvelo assolutamente!

Nel mio ultimo post vi avevo anticipato che, a breve, "Stelle d'Inchiostro" avrebbe fatto il suo debutto nella biblioteca della "sua" Santhià. Finalmente posso svelare la data ufficiale: il prossimo 4 giugno alle ore 21.00.


Sono molto emozionata all'idea di presentare il romanzo davanti a tutti i miei amici e concittadini!... Per fortuna a darmi man forte ci sarà Sara Salussolia, con la sua raccolta di poesie "Drago". La serata è infatti dedicata a entrambe le opere, quindi doppia occasione per incontrarci, chiacchierare, scambiarsi opinioni ed eventualmente acquistare la vostra copia (con autografo, of course!).

So di parlare anche a nome di Sara quando vi dico che spero di vedervi numerosi! Noi vi aspettiamo, a presto!

domenica 19 maggio 2019

Un blog... "stellato"

Ciao a tutti, amici.

Ennesimo restyling del blog, in questo caso tutto dedicato al mio romanzo, con uno sfondo pieno di stelle


Ma le novità non riguardano solo il lato meramente estetico.
Ho anche inserito una nuova pagina relativa a Stelle d'Inchiostro, per permettere a tutti quelli che fossero interessati di restare aggiornati con più facilità (e in cui potete trovare un piccolo regalo...)

E, a proposito di aggiornamenti, in questi ultimi giorni non ce ne sono stati molti, ma posso anticiparvi che a breve ci sarà la presentazione ufficiale di Stelle d'Inchiostro nella biblioteca della mia città, Santhià. Non vedo l'ora... è già stato emozionante stare dietro lo stand a Firenze, ma il pensiero di parlare del mio libro di fronte a una platea composta in gran parte di amici, parenti e conoscenti mi fa sinceramente tremare le gambe! Vi farò sapere appena avrò dati e orari definitivi, quindi stay tuned!

Altra piccola novità: ora mi trovate anche su Goodreads! Fa un certo effetto vedere la frase "Goodreads author" di fianco al proprio nome, ve lo garantisco... Comunque... Potete passare a trovarmi, lasciare commenti o farmi qualsiasi domanda relativa al romanzo o alle mie altre storie pubblicate nel form apposito, sarò molto felice di rispondervi. Qualora aveste letto Stelle d'Inchiostro, potete anche lasciare una recensione al libro, mi piacerebbe sapere cosa ne pensate di Rebecca, Vanessa e di tutti i loro amici.

Per ora vi saluto e vi auguro una buona, anzi buonissima domenica.

A prestissimo!





giovedì 11 aprile 2019

Chi è pronto per l'apocalisse zombie? Ma i nerd, of course!

Buongiorno a tutti amici!

Sì, dal mio ultimo post sono tornata un pochino con i piedi per terra, anche se continuo a vivere come in un sogno e l'emozione mi scioglie le gambe ogni volta che qualcuno mi chiede "dove posso comprare il tuo libro?"... ecco, quelle tre paroline sono meglio di un drink energetico: altro che le ali, ti mettono i jet pack, ve lo dico io! Tra l'altro, per rispondere a quella domanda, il consiglio è di acquistarlo direttamente qui, sulla pagina dedicata della casa editrice: poca attesa e zero spese di spedizione!

Comunque, oggi non sono qui per parlarvi di "Stelle d'Inchiostro", ma di... zombie!

Sarò sincera. Fino a qualche tempo fa, gli zombie non erano tra i miei "mostri" preferiti. Sui primi gradini del mio podio personale di creature fantastiche potenzialmente mortali c'erano vampiri e fantasmi, seguiti da demoni, angeli caduti e compagnia; questi tizi che camminano lenti, con una faccia simile a quella che ho io al mattino appena sveglia e una fame insaziabile di carne umana non esaltavano più di tanto le mie fantasie orrorifiche.

Poi è arrivato The Walking Dead. E tutto è cambiato. Non dico che i vaganti abbiano scavalcato i miei favoriti, ma li tallonano a brevissima distanza.
Sì, lo so che cosa staranno pensando molti di voi. The Walking Dead non è più quello di una volta, ha perso il suo appeal iniziale, eccetera eccetera. E, sì, per molti versi sono d'accordo con voi, ma a me piace ancora molto e non vedo l'ora di vedere la prossima stagione. Sì, beh, esclusa la noia deprimente dell'ultimo episodio, deludente come pochi specie dopo lo shock della puntata precedente, con tutte quelle picche... mi aspettavo i fuochi artificiali, e invece...

Ma no, caspiterina, sto divagando! Non era di quegli zombie (mi correggo, vaganti) che volevo parlare, bensì di questi:


Vi avevo già parlato di Francesco Nucera, in ben due occasioni: nei post riferiti rispettivamente alla sua antologia Le Mille Facce della Stessa Moneta e al romanzo di esordio Ernesto, Genesi di un Eroe. Ebbene, Francesco è tornato, questa volta con un romanzo, Nerd Antizombie - Apocalisse a Rozzangeles, veramente... strambo!

Perché dico strambo? Beh, perché non somiglia a nulla che io abbia mai letto prima.

Immaginate che, in una notte di Capodanno qualsiasi, un'improvvisa quanto misteriosa epidemia trasformi mezza città in un branco di morti viventi. E immaginate che, anziché Dwayne "The Rock" Johnson, Jason Momoa o  Chris Hemsworth, per nominarne alcuni, a fronteggiare i vaganti ci sia un manipolo di nerd...
Ecco, visualizzate la scena: io, per esempio, armata di balestra alla Daryl o katana alla Michonne, parto all'attacco di 'sti tizi... secondo voi centro/affetto più non-morti o più cristiani? Facile rispondere, credo... Ebbene, gli eroi di questo libro sono più o meno così.
Preparatissimi, non c'è che dire. Dopotutto, chi più di un nerd può essere preparato a puntino per l'apocalisse zombie? Ma pur sempre esseri umani che, fino a dieci minuti prima, giocavano di ruolo e facevano faville ai cosplay.

I personaggi sono tanti e variegati, nessuno esattamente normale... Non ve li descrivo più di tanto perché il bello del libro sta proprio nel conoscere man mano le caratteristiche e i punti deboli (e di forza) di ciascuno di loro. Ma lasciatemi dire che ce ne sono alcuni davvero incredibili. Uno dei miei preferiti è sicuramente Mauro, con le sue allucinazioni, per non parlare del Cittadino Z, Paolo, o Marika, o Luna... no, beh, a 'sto punto potrei elencarveli tutti!

Ogni personaggio ha un nickname, il che per certi versi spiazza e confonde, ma al contempo rende la lettura ancora più spassosa; ma soprattutto ogni personaggio ha caratteristiche proprie, alcune interessanti, altre divertenti, altre ancora assurde. Curiosità: alla fine del libro, alcune pagine sono dedicate alle schede personaggio dei protagonisti, "nel caso" scrive Francesco "vi venisse la malsana idea di giocare un'avventura ispirata al libro". C'è anche una scheda vuota, da poter compilare secondo fantasia. E secondo voi io l'ho lasciata intonsa? Ma neanche per sbaglio:



Mi sono divertita un sacco a compilarla, ovviamente in maniera scherzosa (un giocatore di ruolo serio credo sverrebbe a leggerla!). 

Come vedete, più che un libro convenzionale si tratta quasi di un gioco. E, tralasciando un paio di momenti in cui avrei voluto telefonare all'autore e dirgli "No!!! Cattivo, non si fa così!" (capirete leggendo... ovviamente sto scherzando... ma mica tanto, Francesco... mica tanto ;-) ), è stato un vero piacere leggerlo. 
Perdonate il paragone al limite dell'assurdo, ma è quasi un fumetto senza disegni, e sinceramente ci vedrei bene una serie, magari con ogni puntata dedicata principalmente a uno dei personaggi... beh, chi vivrà vedrà.

Per ora mi limito a consigliarvene la lettura, e poi fatemi sapere cosa ne pensate!

Alla prossima!

giovedì 28 marzo 2019

Quando i sogni si avverano

Amici, buongiorno a tutti!
Lo so, non mi sono fatta sentire per molto, troppo tempo. E per i più vari motivi.
E, certo, sì, sembra la solita scusa, ma lo giuro: oltre a vari impegni personali, quelli lavorativi si accavallano uno sull'altro peggio delle tessere di un domino... E che l'ira di Chtulu si abbatta sul primo che sento dire "gli insegnanti non fanno un piffero"!!! In più, da qualche mese sono entrata in un "momento nostalgia" che sembra non volersi schiodare.
Dopo mesi passati a divorare nuovi libri come se non ci fosse un domani, mi è preso l'estro di tornare a visitare (per l'ennesima volta, lo so, ma che ci volete fare?) allegre cittadine come Derry e Castle Rock e di fare un saluto a dolci cagnolini San Bernardo, creature millenarie travestite da clown, giovani ragazzine incendiarie e altre amenità... insomma, un periodo revival di puro ozio creativo. Con un'eccezione: vi parlerò infatti a breve (brevissimo, se il diavolo non ci mette la coda) di un libro divertentissimo che piacerà soprattutto a quelli di voi che da anni si preparano con cura a un'eventuale apocalisse zombie...

Ma tornando a noi. Approfitto di questo momento di relativa tranquillità per darvi una notizia di cui i miei amici più cari e tutti quelli che seguono la mia pagina Facebook o Instagram sono già a conoscenza da qualche giorno: dopo tanti anni di attesa, finalmente ho avuto la fortuna di pubblicare il mio primo romanzo!

Sinceramente, anche adesso che ho tra le mani il libro stampato stento a crederci. Ho aspettato così tanto questo momento che mi sembra ancora tutto un sogno. 

Ho già venduto alcune copie e non so esprimere l'emozione di prendere la penna in mano e scrivere una dedica per ciascuna di quelle persone meravigliose che hanno deciso di portarsi a casa questo pezzettino di me. È qualcosa che non si può spiegare, un misto di meraviglia, incredulità e riconoscenza.

Ma andiamo con ordine!

Era dicembre dello scorso anno, proprio nel  bel mezzo della pausa scolastica per le vacanze di Natale; un pomeriggio, tra la posta in arrivo, trovo un'email contenente una manciata di parole che aspettavo da così tanto che pensavo non sarebbero mai più arrivate: "risposta molto positiva" e, soprattutto "definire tempi e modalità di pubblicazione".  Da quel bellissimo pomeriggio è iniziato un percorso che, nel giro di pochissimi mesi, ha portato alla realizzazione di questo:

Stelle d'Inchiostro

Bellino, vero? Quando quindici giorni fa l'editore (il grande Fabio Gimignani, capitano del vascello Jolly Roger - e se leggerete il libro capirete che il nome della casa editrice si sposa perfettamente con uno dei personaggi secondari... ma non vi voglio spoilerare nulla!) mi ha mandato via Whatsapp questa foto, scattata pochi minuti dopo aver ritirato i volumi freschi di stampa, è stato come se all'improvviso non posassi più i piedi a terra, ma mi librassi a qualche centimetro dal pavimento!
Sensazione replicata, e amplificata, un paio di giorni dopo, allo stand Jolly Roger della fiera "Firenze Fantasy", che si è tenuta alla Fortezza da Basso da venerdì 15 a domenica 17 marzo. Oltre a godermi una fiera figherrima, piena di cosplayer di ogni sorta, ho potuto finalmente vedere e sfogliare "live" il mio libro... insomma, un'emozione via l'altra!

Se (come spero) vorrete saperne di più, vi invito a visitare la pagina Facebook ufficiale del libro; se vorrete leggerlo (lo trovate sul sito della casa editrice oppure in tutti gli store online, Amazon, IBS, Feltrinelli, ecc...), fatemi sapere cosa ne pensate! Spero davvero che in tanti vorrete condividere con me questa nuova avventura

lunedì 24 settembre 2018

Movies - The Miracle Season

Buon pomeriggio a tutti!

Parliamo un po' di cinema, vi va? Ieri, nel mio piccolo, ho fatto una scoperta.
Una di quelle scoperte semplici, ma che lasciano comunque un segno.

Non sono una sportiva accanita, chi mi conosce lo sa, ma tra tutti gli sport il mio preferito è sempre stato e, credo, sempre sarà la pallavolo. Trattasi dell'unica disciplina che seguo per televisione, che pratico ogni volta che posso (anche se avrei decisamente più successo nel ruolo della palla che di una delle giocatrici in campo), tipo in vacanza sulla spiaggia o durante i rocamboleschi incontri figli-genitori che si tengono alla fine della stagione di allenamenti di minivolley dei miei bambini (sì, anche a loro piace... ne sono felice, se dovessero decidere di proseguire negli anni mi farebbero davvero felice!).

Comunque, tutta questa introduzione per dire che ho scaricato sul mio MySky un film intitolato Una Stagione da Ricordare; non ho letto tutta la trama, ma ho visto la parola "volley" e ho detto "caspita, un film che parla della pallavolo: guardiamolo!". E così ieri, io e i miei cuccioli, ci siamo messi davanti alla TV e abbiamo iniziato... a piangere! Dopo circa un quarto d'ora dall'inizio, io e la mia bimba eravamo in una valle di lacrime eguagliata forse solo dal finale de Il Miglio Verde o di La Vita è Bella. E siamo arrivate alla fine in un crescendo di emozioni... Vi racconto a grandi linee.

Due grandi amiche, fin da piccole. Entrambe giocano a pallavolo, una delle due è il capitano. Bravissima nel gioco, mezza matta (ma in senso buono), vero cuore pulsante della squadra e latrice di allegria ovunque vada. L'altra è molto più tranquilla, meno intraprendende ma molto dolce.
Poi, la tragedia.
Un incidente, un secondo forse di distrazione... e una delle due amiche di colpo rimane da sola.
(Qui c'è stata la prima fiumana di lacrime)
Ovviamente la squadra è persa. Nessuna delle compagne se la sente di giocare e, anche quando lo fanno, non riescono a vincere nemmeno un set.

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ATTENZIONE! DA QUI IN POI C'E' UNO SPOILER POTENTE! SE NON VOLETE SCOPRIRE IL FINALE DEL FILM, SALTATE TUTTA LA PARTE IN ROSSO E ANDATE DIRETTAMENTE ALLA FINE DEL POST!
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SPOILER! SPOILER! SPOILER!
Ma poi, il miracolo. Grazie anche e soprattutto alla loro coach  (una splendida, a mio parere, Helen Hunt) le ragazze ritrovano la voglia di giocare, anche per onorare la loro amica. E nonostante avessero ogni probabilità contro, riescono, alla fine, a vincere il campionato.
FINE SPOILER! FINE SPOILER! FINE SPOILER!
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Ora. Se si trattasse solo di un film, una normalissima pellicola con sceneggiatura originale, si potrebbe dire "eh, va beh, che fantasia, il classico film pieno di buoni sentimenti, con sotto sotto, nemmeno tanto celato, il messaggio che la passione ti deve guidare e segui il cuore e bla, bla, bla".

Ma non lo è. Perché questa storia è accaduta davvero. 

Tutto vero, dall'inizio alla fine, con tanto di inquadrature e gesti che si possono rivedere tali e quali in un documentario di HBO sulla storia della giovane e sfortunata Caroline Found che mostra video originali delle partite. Me lo sono visto tutto (lo trovate qui - in inglese, voleste dargli un'occhiata). Certo, anche per stessa ammissione del regista alcuni dettagli sono stati modificati per ragioni cinematografiche, ma la gran parte della storia è quella che si vede nel film. 
Finale compreso. 
Comprese, anche, le scarpe da ginnastica che l'amica posa sotto una sedia a ogni partita, un modo per dire che Line è ancora lì con loro...

Dopo aver visto il film sono andata a cercare notizie su questa ragazza e sapete? ancora oggi se ci penso mi commuovo. Per la storia in sè, certo. Ma anche perché il film è fatto davvero bene. Non ci sono effetti speciali, è una storia semplice, serei dire di paese. Ma è raccontata come si deve.

Ve lo consiglio, davvero. Certo, dovete avere un po' di kleenex a portata di mano... ma ne vale la pena.

Fatemi poi sapere, ok?

Alla prossima!