lunedì 24 agosto 2015

Classici da Riscoprire - Ernest Hemingway

Ciao  a tutti!
Caspita, ne è passato di tempo dall'ultima volta... ma ho una validissima giustificazione, lo giuro: finalmente anche io sono riuscita ad andare quindici giorni al mare con la famiglia! Sole, tuffi e giochi nell'acqua salata, passeggiate, zuppe di pesce e gelati. E, ovviamente, la compagnia di un buon libro che, lo sappiamo, non deve mai mancare.

Come ormai consuetudine da  tre anni, la destinazione prescelta è stata Caorle, la bella cittadina balneare vicino a Venezia. Che, come forse non tutti sanno (io, prima di eleggerla a meta delle nostre vacanze, non lo sapevo) è stata a suo tempo fonte di ispirazione per uno dei più grandi scrittori del letteratura nordamericana (e mondiale), Ernest Hemingway.
Una veduta di Caorle... oh, come
si stava bene lì!
E infatti, sbirciando un pomeriggio una brochure sulla laguna caorlina nel corso della villeggiatura mi è venuta voglia di riscoprire questo autore che avevo già apprezzato all'università.  Così,  durante la manciata di giornate uggiose (per fortuna ci sono stati diversi giorni di sole, ma noi, come l'esimio ragionier Fantozzi, la nostra nuvoletta personale ce la portiamo sempre dietro) ho deciso di rispolverare il classico dei classici: Il Vecchio e Il Mare.

martedì 4 agosto 2015

La Guerra del Metallo Freddo

di Ivan Bruno
2015


Bentornati in questo piccolo mondo digitale che io chiamo il mio blog ;)

Oggi vi parlo del secondo lavoro di un mio "amico di penna", inteso come collega scrittore (anzi, lui è uno scrittore, io per ora sono ancora solo una specie di simpatizzante; un giorno magari anche io avrò questo onore, chissà) e non come "persona che scrive regolarmente e reciprocamente ad altre, soprattutto mediante posta tradizionale"... ma ve li ricordate, gli amici di penna? Io ne avevo un paio... era bello sbirciare ogni giorno nella buca delle lettere, sperando di trovarvi una di quelle buste colorate... la carta da lettere rosa o azzurra o con Minnie o con fiori e farfalle (i miei penfriends erano prevalentemente di sesso femminile, come potete immaginare...).
Sembra un'epoca così lontana, un'epoca in cui diavolerie come le email, Facebook o Whatsapp sembravano pura fantascienza.


E fantascienza, in questo caso, è la parola chiave: a questo filone letterario appartiene infatti il libro di cui vorrei parlarvi oggi.

domenica 2 agosto 2015

"Perché non l'ho letto prima?" - Se Questo è un Uomo

di Primo Levi
1947
Gradimento: 4,5 su 5

Ciao a tutti!

Eh sì. Lo ammetto, ho letto  "Se Questo è un Uomo", di Primo Levi, solo poco tempo fa; certo lo conosco da molto, fin dai tempi della scuola; già sapevo la trama a grandi linee e gli eventi che hanno portato Levi a mettere su carta le sue esperienze. Ma non lo avevo mai letto per davvero, dalla prima all'ultima parola. Ed è stato uno di quei casi in cui mi sono chiesta "Ma per Diana, perché non l'ho letto prima?"

Ha sempre fatto parte di un gruppo di romanzi che intitolerò "questo lo leggo sicuro", con sottotitolo "prima o poi". Della serie: "No, dai, ora lo leggo... aspetta, me lo metto in elenco, lo leggo, di certo". E alla fine sono dovuta arrivare a 37 anni suonati prima di cimentarmi con questa grande opera.
E posso solo dire: Dio mio...

Io, come tutti, conosco la storia del XX secolo. 
Come tanti, ho letto il diario di Anna Frank, ho visto film come La Vita è Bella o Il Bambino con il Pigiama a Righe o Schindler's List; sappiamo tutti cosa accadeva ad Auschwitz o a Birkenau, cosa significava essere prigionieri in un campo di sterminio: abbiamo visto le foto, guardato i documentari, letto i libri.
Ma questa narrazione in prima persona, che ci racconta ogni minimo dettaglio di cosa volesse dire sopravvivere in campo, fornisce una visione per certi versi diversa e più intima dello squallore e dell'orrore che dimorava in quei luoghi di morte.

"Sappiamo anche, che non sempre questo pur tenue principio di discriminazione in abili e inabili fu seguito, e che successivamente fu adottato spesso il sistema più semplice di aprire entrambe le portiere dei vagoni, senza avvertimenti né istruzioni ai nuovi arrivati. Entravano in campo quelli che il caso faceva scendere da un lato del convoglio; andavano in gas gli altri.
Così morì Emilia, che aveva tre anni; poiché ai tedeschi appariva palese la necessità storica di mettere a morte i bambini degli ebrei. [...] Scomparvero così, in un istante, a tradimento, le nostre donne, i nostri genitori, i nostri figli. Quasi nessuno ebbe modo di salutarli. Li vedemmo un po’ di tempo come una massa oscura all'altra estremità della banchina, poi non vedemmo più nulla."

"Che sete abbiamo1! Il debole fruscio dell’acqua nei radiatori ci rende feroci: sono quattro giorni che non beviamo. Eppure c’è un rubinetto: sopra un cartello, che dice che è proibito bere perché l’acqua è inquinata."
L'ingresso di Auschwitz

Qui siamo solo all'inizio; Levi è appena giunto in campo e la spietatezza dei nazisti si fa già sentire, anzi, fa stridere le orecchie come unghie su una lavagna.
Ma queste, per atroci che siano, sono scene a cui noi siamo stati abituati dal cinema e dalla letteratura.
Più di impatto, secondo me, sono i resoconti della vita quotidiana degli Häftlinge, i prigionieri. Per esempio:

"Abbiamo imparato che tutto serve; il fil di ferro, per legarsi le scarpe; gli stracci, per ricavarne pezze da piedi; la carta, per imbottirsi (abusivamente) la giacca contro il freddo. Abbiamo imparato che d’altronde tutto può venire rubato, anzi, viene automaticamente rubato non appena l’attenzione si rilassa; e per evitarlo abbiamo dovuto apprendere l’arte di dormire col capo su un fagotto fatto con la giacca, e contenente tutto il nostro avere, dalla gamella alle scarpe."


"Di più, ci sono innumerevoli circostanze, normalmente irrilevanti, che qui diventano problemi. Quando le unghie si allungano, bisogna accorciarle, il che non si può fare altrimenti che coi denti (per le unghie dei piedi basta l’attrito delle scarpe); se si perde un bottone bisogna saperselo riattaccare con un filo di ferro; se si va alla latrina o al lavatoio, bisogna portarsi dietro tutto, sempre e dovunque, e mentre ci si lavano gli occhi, tenere il fagotto degli abiti stretto fra le ginocchia: in qualunque altro modo, esso in quell’attimo verrebbe rubato. Se una scarpa fa male bisogna presentarsi alla sera alla cerimonia del cambio delle scarpe; qui si mette alla prova la perizia dell’individuo, in mezzo alla calca incredibile bisogna saper scegliere con un colpo d’occhio una (non un paio: una) scarpa che si adatti, perché, fatta la scelta, un secondo cambio non è concesso."


"Dopo quindici giorni dall’ingresso, già ho la fame regolamentare, la fame cronica sconosciuta agli uomini liberi, che fa sognare di notte e siede in tutte le membra dei nostri corpi; [...] Spingo vagoni, lavoro di pala, mi fiacco alla pioggia, tremo al vento; già il mio stesso corpo non è più mio"


Questi sono solo alcuni degli innumerevoli esempi; e non sono nemmeno tra i problemi peggiori che gli Häftlinge devono affrontare quotidianamente. Ma sono utili a dare un'idea di quale sia il reale scopo dei campi di concentramento: togliere alle persone la loro umanità. Estirpare ogni brandello di speranza e di dignità, distruggere l'anima mediante la mortificazione del corpo.

Simbolo completo di questa disumanizzazione è il famigerato numero che tutti i prigionieri hanno tatuato sul braccio. Primo Levi non è più Primo Levi: è 174517. Il nome è stato cancellato; la personalità, il carattere, le esperienze, in poche parole la vita di ognuno viene resettata, non esiste più se non nei ricordi sbiaditi di ciascuno; di un altro prigioniero, che lui chiama Null Achtzehn dalle ultime cifre del suo numero di matricola, Levi dice "...come se ognuno si fosse reso conto che solo un uomo è degno di avere un nome, e che Null Achtzehn non è più un uomo. Credo che lui stesso abbia dimenticato il suo nome, certo si comporta come se così fosse."
La tomba di Primo Levi, con il numero
174517 inciso insieme al nome

Questo è lo strazio peggiore. Non le percosse, non la fame costante, non la minaccia sempre presente di morte (che pure alcuni desiderano, pur di sottrarsi al supplizio), bensì l'annientamento totale della persona. Quando i bisogni primari non vengono soddisfatti, quando si deve lottare per un tozzo di pane, quando pur di sopravvivere si deve rubare, o giacere tra i cadaveri o nel lordume più stomachevole, si smette di essere uomini e ci si trasforma in bestie. 
Lo scopo primario del lager è stato raggiunto.
Lo dice lo stesso Levi: "Si immagini ora un uomo a cui, insieme con le persone amate, vengano tolti la sua casa, le sue abitudini, i suoi abiti, tutto infine, letteralmente tutto quanto possiede: sarà un uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisogno, dimentico di dignità e discernimento, poiché accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso; tale quindi, che si potrà a cuor leggero decidere della sua vita o morte al di fuori di ogni senso di affinità umana; nel caso più fortunato, in base ad un puro giudizio di utilità. Si comprenderà allora il duplice significato del termine «Campo di annientamento», e sarà chiaro che cosa intendiamo esprimere con questa frase: giacere sul fondo."
Secondo me è qualcosa di agghiacciante, che devasta l'animo al solo pensiero.

Certo questa non è la classica lettura estiva da spiaggia, tutt'altro. E infatti ora voglio dedicarmi a qualcosa di più leggero, perché Se Questo è Un Uomo è sì una grande opera, ma mi ha messo addosso un po' di angoscia...

Speriamo solo che simili incubi non si verifichino più (ok, se voglio continuare a sperare sarà meglio che io non guardi il telegiornale...!)

Alla prossima, buona domenica e...
...see you soon!