domenica 2 agosto 2015

"Perché non l'ho letto prima?" - Se Questo è un Uomo

di Primo Levi
1947
Gradimento: 4,5 su 5

Ciao a tutti!

Vorrei inaugurare oggi una nuova rubrica, che ho deciso di chiamare "Perché non l'ho letto prima?". In essa vorrei includere tutti quei romanzi (o racconti) famosissimi, i classici dei classici, quelli che di solito vengono fatti rientrare nelle classifiche dei 10, 100, 1000 libri da leggere prima di morire; quelli che se dici "no, quello mi manca" ti guardano come un paria perché anche chi di solito non legge, andiamo, almeno quello... ma che però, ebbene sì, io non ho mai letto prima.

Perché? E chi lo sa? 
Ci potrebbero essere valanghe di motivi. Un po' forse la pigrizia, un po' la concezione deviata che se un autore ti viene proposto a scuola, allora deve essere noioso, un po' certo l'abitudine (malsana, lo so, ma che ci vuoi fare?) che avevo, fino a qualche anno fa, di attaccarmi come una cozza ai miei scrittori preferiti e uscire solo di rado da quella strada sicura.

In sostanza, perché c'era sempre qualcos'altro da leggere.

Vero è che a volte, trovandomi per la prima volta a "masticare" uno di questi "classici dei classici", ho pensato "ah, ecco perché non l'ho letto prima..." (vedi quando, all'università, ho conosciuto Herr Kafka... niente da dire, di certo è stato un pilastro della letteratura europea, non lo metto in dubbio; ma io, pur con tutta la buona volontà, pur comprendendo i concetti che lo rendono un grande, proprio non lo digerisco. Mi scuso fin d'ora con i cultori della sua opera, ma è pur vero che non tutti i gusti sono al limone e che non si può piacere a tutti. Scusa Franz, niente di personale. Ti stimo, sai; ma quando non c'è feeling...).


Invece in altri casi ho scoperto delle vere perle che mi hanno fatto sbattere una mano sulla fronte chiedendomi, per l'appunto, "perché non l'ho letto prima?".


Uno di questi è "Se Questo è un Uomo", di Primo Levi.

Questo fa parte di un gruppo di romanzi che intitolerò "questo lo leggo sicuro", con sottotitolo "prima o poi". Della serie: "No, dai, ora lo leggo... aspetta, me lo metto in elenco, lo leggo, di certo". E alla fine sono dovuta arrivare a 37 anni suonati prima di cimentarmi con questa grande opera.
E posso solo dire: Dio mio...

Io, come tutti, conosco la storia. 
Come tanti, ho letto il diario di Anna Frank, ho visto film come La Vita è Bella o Il Bambino con il Pigiama a Righe o Schindler's List; sappiamo tutti cosa accadeva ad Auschwitz o a Birkenau, cosa significava essere prigionieri in un campo di sterminio: abbiamo visto le foto, guardato i documentari, letto i libri.
Ma questa narrazione in prima persona, che ci racconta ogni minimo dettaglio di cosa volesse dire sopravvivere in campo, fornisce una visione per certi versi diversa e più intima dello squallore e dell'orrore che dimorava in quei luoghi di morte.

"Sappiamo anche, che non sempre questo pur tenue principio di discriminazione in abili e inabili fu seguito, e che successivamente fu adottato spesso il sistema più semplice di aprire entrambe le portiere dei vagoni, senza avvertimenti né istruzioni ai nuovi arrivati. Entravano in campo quelli che il caso faceva scendere da un lato del convoglio; andavano in gas gli altri.
Così morì Emilia, che aveva tre anni; poiché ai tedeschi appariva palese la necessità storica di mettere a morte i bambini degli ebrei. [...] Scomparvero così, in un istante, a tradimento, le nostre donne, i nostri genitori, i nostri figli. Quasi nessuno ebbe modo di salutarli. Li vedemmo un po’ di tempo come una massa oscura all'altra estremità della banchina, poi non vedemmo più nulla."

"Che sete abbiamo1! Il debole fruscio dell’acqua nei radiatori ci rende feroci: sono quattro giorni che non beviamo. Eppure c’è un rubinetto: sopra un cartello, che dice che è proibito bere perché l’acqua è inquinata."
L'ingresso di Auschwitz

Qui siamo solo all'inizio; Levi è appena giunto in campo e la spietatezza dei nazisti si fa già sentire, anzi, fa stridere le orecchie come unghie su una lavagna.
Ma queste, per atroci che siano, sono scene a cui noi siamo stati abituati dal cinema e dalla letteratura.
Più di impatto, secondo me, sono i resoconti della vita quotidiana degli Häftlinge, i prigionieri. Per esempio:

"Abbiamo imparato che tutto serve; il fil di ferro, per legarsi le scarpe; gli stracci, per ricavarne pezze da piedi; la carta, per imbottirsi (abusivamente) la giacca contro il freddo. Abbiamo imparato che d’altronde tutto può venire rubato, anzi, viene automaticamente rubato non appena l’attenzione si rilassa; e per evitarlo abbiamo dovuto apprendere l’arte di dormire col capo su un fagotto fatto con la giacca, e contenente tutto il nostro avere, dalla gamella alle scarpe."


"Di più, ci sono innumerevoli circostanze, normalmente irrilevanti, che qui diventano problemi. Quando le unghie si allungano, bisogna accorciarle, il che non si può fare altrimenti che coi denti (per le unghie dei piedi basta l’attrito delle scarpe); se si perde un bottone bisogna saperselo riattaccare con un filo di ferro; se si va alla latrina o al lavatoio, bisogna portarsi dietro tutto, sempre e dovunque, e mentre ci si lavano gli occhi, tenere il fagotto degli abiti stretto fra le ginocchia: in qualunque altro modo, esso in quell’attimo verrebbe rubato. Se una scarpa fa male bisogna presentarsi alla sera alla cerimonia del cambio delle scarpe; qui si mette alla prova la perizia dell’individuo, in mezzo alla calca incredibile bisogna saper scegliere con un colpo d’occhio una (non un paio: una) scarpa che si adatti, perché, fatta la scelta, un secondo cambio non è concesso."


"Dopo quindici giorni dall’ingresso, già ho la fame regolamentare, la fame cronica sconosciuta agli uomini liberi, che fa sognare di notte e siede in tutte le membra dei nostri corpi; [...] Spingo vagoni, lavoro di pala, mi fiacco alla pioggia, tremo al vento; già il mio stesso corpo non è più mio"


Questi sono solo alcuni degli innumerevoli esempi; e non sono nemmeno tra i problemi peggiori che gli Häftlinge devono affrontare quotidianamente. Ma sono utili a dare un'idea di quale sia il reale scopo dei campi di concentramento: togliere alle persone la loro umanità. Estirpare ogni brandello di speranza e di dignità, distruggere l'anima mediante la mortificazione del corpo.

Simbolo completo di questa disumanizzazione è il famigerato numero che tutti i prigionieri hanno tatuato sul braccio. Primo Levi non è più Primo Levi: è 174517. Il nome è stato cancellato; la personalità, il carattere, le esperienze, in poche parole la vita di ognuno viene resettata, non esiste più se non nei ricordi sbiaditi di ciascuno; di un altro prigioniero, che lui chiama Null Achtzehn dalle ultime cifre del suo numero di matricola, Levi dice "...come se ognuno si fosse reso conto che solo un uomo è degno di avere un nome, e che Null Achtzehn non è più un uomo. Credo che lui stesso abbia dimenticato il suo nome, certo si comporta come se così fosse."
La tomba di Primo Levi, con il numero
174517 inciso insieme al nome

Questo è lo strazio peggiore. Non le percosse, non la fame costante, non la minaccia sempre presente di morte (che pure alcuni desiderano, pur di sottrarsi al supplizio), bensì l'annientamento totale della persona. Quando i bisogni primari non vengono soddisfatti, quando si deve lottare per un tozzo di pane, quando pur di sopravvivere si deve rubare, o giacere tra i cadaveri o nel lordume più stomachevole, si smette di essere uomini e ci si trasforma in bestie. 
Lo scopo primario del lager è stato raggiunto.
Lo dice lo stesso Levi: "Si immagini ora un uomo a cui, insieme con le persone amate, vengano tolti la sua casa, le sue abitudini, i suoi abiti, tutto infine, letteralmente tutto quanto possiede: sarà un uomo vuoto, ridotto a sofferenza e bisogno, dimentico di dignità e discernimento, poiché accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso; tale quindi, che si potrà a cuor leggero decidere della sua vita o morte al di fuori di ogni senso di affinità umana; nel caso più fortunato, in base ad un puro giudizio di utilità. Si comprenderà allora il duplice significato del termine «Campo di annientamento», e sarà chiaro che cosa intendiamo esprimere con questa frase: giacere sul fondo."
Secondo me è qualcosa di agghiacciante, che devasta l'animo al solo pensiero.

Certo questa non è la classica lettura estiva da spiaggia, tutt'altro. E infatti ora voglio dedicarmi a qualcosa di più leggero, perché Se Questo è Un Uomo è sì una grande opera, ma mi ha messo addosso un po' di angoscia...

Speriamo solo che simili incubi non si verifichino più (ok, se voglio continuare a sperare sarà meglio che io non guardi il telegiornale...!)

Alla prossima, buona domenica e...
...see you soon! 










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