giovedì 15 dicembre 2016

Novità - Stazione Idrometrica_Tra Sogno e Realtà

Amici! Buon pomeriggio!

Oggi sono particolarmente felice di essere qui a scrivervi. Un progetto a cui ho lavorato qualche tempo fa ha finalmente visto la luce, e ci terrei molto a farvelo conoscere.

Piccola premessa. Chi non abita a Santhià o comunque nelle sue vicinanze forse non ne ha mai sentito parlare, ma nella mia città esiste un edificio molto particolare. 
Si chiama Stazione Idrometrica.

(dal sito santhiaturismo.it)
A poca distanza dal centro di Santhià, l’ex stazione idrometrica sperimentale è  un importante tassello della storia cittadina e un manufatto di ingegneria idraulica unico nel suo genere
La nostra città si trova infatti al centro di un’importante rete di canali, che attingendo le acque dalla Dora Baltea e dal Po, si diramano nelle campagne fornendo acqua per l’irrigazione dei campi e creando energia elettrica tramite diverse centrali idroelettriche.
Con l’entrata in funzione del grandioso Canale Cavour, inaugurato nel 1866, e delle sue successive diramazioni, si fece pressante la necessità di regolare la quantità di acqua destinata ai vari canali in modo da evitare liti tra l’ente erogatore e gli utenti o tra gli utenti stessi.
La stazione idrometrica fu quindi realizzata per misurare le portate dei diversi canali [...]
L’elegante e raffinata palazzina della centrale è costruita sulla sponda destra del Naviglio di Ivrea. Esso ospitava gli ingegneri che ivi lavoravano e studiavano. Dal punto di vista architettonico si presenta come un tipico esempio di architettura industriale di inizio XX secolo, con influenze liberty ed eclettiche. La palazzina è affiancata da un’elegante torretta, su tre livelli, sempre costruita secondo lo stile di fine secolo, che ospita il vano scale.[...]

Purtroppo la Stazione è rimasta in funzione solo per poco tempo e oggi, poverina, è tenuta in uno stato di pressoché totale abbandono. Nonostante questo il suo fascino architettonico è innegabile. 

Per questo l'associazione fotografica Fotographià ha deciso di dedicarle un intero libro, per far conoscere al maggior numero di persone, e quindi valorizzare, un capolavoro di ingegneria e architettura che non gode della considerazione che invece meriterebbe. Si tratta di un libro pieno di (belle) fotografie, ovviamente; ma con una particolarità. Gli amici dell'associazione volevano che le immagini fossero collegate da un racconto, da una storia ambientata alla Stazione che facesse da filo conduttore.
E io ho avuto la fortuna di poterne essere l'autrice!


All'inizio non sapevo bene come fare. Cosa avrei potuto scrivere? Come fare per accompagnare il lettore tra una foto e l'altra, senza annoiarlo e rimanendo legata al territorio?
Poi mi sono ricordata di una cosa...
Quando ero bambina, e la guardavo oltre i tetti delle case, dal balcone della mia camera, credevo che la palazzina centrale fosse un castello disabitato, un luogo fuori dal tempo, popolato di misteri... e ho pensato di usare quello come ispirazione e filo conduttore. 
Non posso esprimere giudizi sul risultato, ma io mi sono appassionata (e affezionata) ai miei personaggi e alla loro piccola avventura nella Stazione Idrometrica di Santhià. 
Per quanto riguarda il racconto in sé, ho tra l'altro un doveroso ringraziamento da fare: grazie mille a Livio Gambarini, che si è offerto di fare da beta reader, dandomi preziosi consigli. 

Tornando al libro, vi garantisco che le foto sono davvero belle. E, giuro, non lo dico perché sono di parte, anche se conosco personalmente i fotografi che hanno partecipato! ;) In effetti, tra loro, per esempio, uno è un mio amico da tempi immemorabili; mentre un altro... beh, è il mio caro marito! E, scherzi a parte, questo è un altro dettaglio che mi rende questo piccolo grande libro particolarmente caro. Lavorare insieme a lui per questo progetto è stata davvero una magnifica esperienza. Ringrazio quindi Fotographià che mi ha permesso di farlo.

Il libro si può richiedere direttamente all'associazione (oppure chiedete a me!). 

Grazie e alla prossima!




sabato 26 novembre 2016

L'Età delle Certezze Fragili + Intervista

 Ciao amici!

Eccomi di nuovo qui, a parlarvi della mia ultima lettura.
Si tratta di un romanzo un po’ malinconico, a dirla tutta, che non rientra nei canoni di solito da me prediletti, ma che comunque mi ha fatto molto piacere incontrare per la via.

Il libro si intitola L'Età delle Certezze Fragili.
L’autrice, Giorgia Primavera, affronta tra le sue pagine un tema delicato, uno di quelli di cui spesso non si parla perché ancora considerato tabù, quasi una cosa di cui vergognarsi; quello stravolgimento dei sensi e della vita di ogni donna che conosciamo con il nome, diciamocelo, decisamente poco poetico di menopausa.

La protagonista è una donna che ha appena toccato questo, chiamiamolo, «traguardo» dell’esistenza; nel corso della narrazione viviamo dunque insieme a lei tutti i cambiamenti che questa nuova situazione porta con sé: il desiderio di riportare indietro le lancette della vecchiaia, esplicitato nella decisione di sottoporsi a qualche intervento di chirurgia plastica; la fine della passione per il suo attuale compagno di vita; la curiosità per una relazione a distanza con uno sconosciuto scozzese.

Man mano che la lettura prosegue, però, vengono alla luce molti segreti del passato della protagonista, e le sue vicende sono accompagnate da eventi inattesi e da alcuni veri e propri colpi di scena. Nel romanzo c’è infatti anche il posto per altre storie; storie di gigolò per necessità; storie di personaggi con incontri un po’ troppo ravvicinati con trafficanti di droga senza scrupoli; storie di traffici di organi e di eroi improvvisati.

Il tutto scritto con una bella prosa, a tratti molto delicata, in altri piuttosto cruda, ma sempre fluida e piacevole. Soprattutto, scritto con una «voce umana»: con questo intendo che il testo non tratta il discorso in maniera distante, astratta; tutt’altro. Noi lettori ci sentiamo vicini a Viola e alla sua quotidianità, la vediamo quasi come un’amica che abbia deciso di confidarsi con noi. Insomma, un libro che mi sento di consigliare, anche se, vi avviso, vi lascerà addosso un certo velo di malinconia…

Però oggi non mi fermo qui. Oltre a parlarvi di «L’età delle certezze fragili» vi posso offrire una piccola chicca, una simpatica intervista che Olimpia Petruzzella ha rivolto all’autrice, Giorgia Primavera. 

Buona lettura e alla prossima!


1) Parlare di menopausa e di crisi di mezza età femminile è sicuramente una scelta coraggiosa, specie in una società maschilista come quella in cui viviamo. Come mai questa scelta?
In effetti non è stata solo una mia scelta, ma una decisione concordata con la casa editrice.
Avevo proposto loro un testo e ritenevano che i “punti forti” fossero i cenni al vissuto della menopausa. Essendo, poi, Edizione Clandestine, un editore dedito a tematiche politiche e sociali anche scomode, abbiamo concordato una riscrittura del testo, prendendo quel tema come fulcro.

2) Viola è un personaggio incredibilmente umano. C’è qualcosa dell’autrice nel
personaggio o è completamente inventato?
Non credo proprio mi somigli. Ho, purtroppo, un carattere più irruento e reattivo, mentre Viola è più pacata e riflessiva.

3) La storia di Ernesto mi ha colpita molto. Perché la scelta di inserire il tema del traffico di organi in una storia già così delicata?
Mi piaceva il contrasto che si veniva a creare ed era un’orrenda pratica delinquenziale che mi aveva colpito molto.

4) Come mai la scelta di ambientare la storia in provincia, a Massa?
Avrei comunque ambientato la storia in provincia, perché conosco bene quella realtà, e la mia bella città prossima al mare, elemento imprescindibile, mi è parsa adatta.

5) Tutta la storia è ben costruita e fortemente intrecciata, eppure in qualche modo
sembra scritta quasi a ‘episodi’. Come mai questa scelta stilistica?
Ti ringrazio per la cortesia con la quale mi muovi una critica velata. Sì, hai ragione! Traspare, forse, il fatto che l’ho scritta con discontinuità, per motivi lavorativi e familiari. Purtroppo accade sempre qualcosa che interrompe e, quando riprendi, scrivi una nuova
puntata...

6) L’età delle certezze fragili per te qual è, e cosa rappresenta?
Un tempo si chiamava crisi di mezz’età. È quel periodo in cui fai conti con il fatto che stai andando incontro alla parabola discendente della vita, una fase dolorosa che va accettata, ma che la cultura giovanilista imperante, non consente di metabolizzare come un tempo. Bisogna invecchiare atletici e perfetti nell’immaginario collettivo quasi volessimo esorcizzare il declino. Ma non è così che funziona davvero.

7) Il rapporto tra genitori e figli è sempre delicato. Rachele cosa vuole veramente da sua
madre?
Credo che la domanda sia “che cosa vuole ora Rachele dalla madre”, perché i figli attraversano fasi diverse, momenti di egoismo ma anche di grande altruismo. Rachele è in un periodo in cui è concentrata solo su se stessa. Non escluderei che cambi atteggiamento in seguito e ritorni sinceramente affettuosa.

8) Giorgia Primavera ha nuovi progetti letterari? E soprattutto la storia di Viola è
davvero finita?
Sì, la storia di Viola è finita. Ora voglio dedicarmi a un romanzo che tratti temi animalisti, problematizzandoli. Ovvero scriverne senza il piglio della vegana fondamentalista, ma dando comunque voce alle sofferenze inutili che causiamo alle altre specie.

martedì 1 novembre 2016

Sono Fermo, MI Muovo

Un buongiorno a tutti, cari amici del blog.

Oggi vi vorrei parlare di uno dei libri più particolari che io abbia avuto modo di leggere negli ultimi tempi. Non è un romanzo; non è una guida turistica, né un’autobiografia e nemmeno un saggio. Per dirla in breve, è tutte queste cose messe insieme.

Si intitola Sono Fermo, Mi Muovo, nato dalla penna di Gianluca Giusti. Gianluca è un informatore scientifico. Già; non fa lo scrittore di mestiere. Ma Sono Fermo, Mi Muovo non è il suo primo libro. E scoprirlo, per me, è stata una folgorazione; appassionata come sono di leggende metropolitane e bufale varie, per anni socia del Cicap, con diversi libri di Massimo Polidoro, J.H. Brunvand e Lorenzo Montali nella libreria, imbattermi per puro caso in qualcuno come Gianluca, che ha pubblicato lavori a difesa della ragione e contro pseudoscienze e fanatismi del complotto, è stato come trovare una vecchia, gradita conoscenza. 
Per questo, ma non solo, sono felice di parlarvi qui del suo ultimo lavoro.

Che, come vi dicevo prima, è un po’ un ibrido di tante cose. 

Potremmo chiamarlo romanzo, perché c’è una storia. Quella dello stesso Gianluca, che ci racconta di una strana settimana in cui, in compagnia di un misterioso Lord inglese (chi sarà?), viaggia per le strade della sua città, Montecatini Terme.
Quindi possiamo anche chiamarlo guida turistica: approfittando dei «giri» per la città, Gianluca ci guida attraverso la geografia e la storia di questo centro abitato che, sinceramente, mi è davvero venuta voglia di visitare.
Dicevamo che è anche una sorta di autobiografia: Gianluca infatti non ci fornisce solo nozioni enciclopediche su Montecatini; si sofferma anche sul proprio passato, sugli infiniti modi in cui la sua vita si è legata alle strade e agli edifici della sua città.
E infine è anche un saggio, un testo che in diversi punti approfondisce argomenti disparati (i presunti complotti delle case farmaceutiche, gli allarmismi riguardanti le vaccinazioni, i problemi del Bel Paese, e molti altri).

Quindi, vedete, c’è un bel calderone di elementi. Un «minestrone» come questo, diciamocelo, potrebbe risultare indigesto. In questo caso, invece, per fortuna non è così.
Lo stile narrativo dell’autore è fresco, simpatico, in grado spesso di strappare un sorriso. E riesce a catturare l’attenzione del lettore. Quando ci racconta la storia di Montecatini ci sembra di essere veramente lì con lui. Noi siamo Wilson, il misterioso Lord inglese che, senza mai pronunciare una sola parola, lo segue in questo viaggio immaginario nella memoria, nel passato, presente e futuro di una città che l’autore, è palese, ama profondamente. 

Mi sono piaciuti in particolare alcuni momenti. Per esempio quando richiama alla memoria la Montecatini dei tempi andati. A un certo punto della narrazione si scopre immerso in una visione del passato; diversi personaggi storici gli passano accanto nelle vie piene di «signore col cappello e l’ombrellino». A un certo punto sente il tram «scarrellare» dietro di sé, e per un attimo anche a noi pare di sentirlo.

Beh, penso di aver reso l’idea. Questo libro mi è piaciuto, e pure parecchio. Tanto che sicuramente andrò alla ricerca degli altri lavori di questo autore che per me è stata davvero una piacevole scoperta.

Alla prossima!

(Link Amazon)

venerdì 30 settembre 2016

I Segreti delle Madri

di Livio Gambarini

Ciao amici!

Eccomi qui, a parlarvi di uno dei miei scrittori preferiti, autore di due libri che ho adorato, Eternal War e Le Colpe dei Padri. Il romanzo di cui vi parlo oggi è il seguito di quest'ultimo, secondo capitolo della cosiddetta Trilogia delle Radici, e si intitola I Segreti delle Madri.

E qui incontriamo di nuovo i personaggi del primo volume: Azzone Visconti,  Jacopo Domenico de Apibus,  e Nera da Vertova.

Prima di parlarvi della trama e dei personaggi, vorrei spendere due parole di apprezzamento per Livio. Questo perché, al di là della storia in sé, ciò che ho ammirato in questo libro (ma lo stesso discorso vale anche per il suo predecessore) è la ricerca minuziosa della perfezione storica. 
Mi sono ricordata, mentre leggevo, che Livio aveva postato qualche tempo fa su Faccialibro una foto in cui mostrava alcuni (ripeto, sono solo alcuni) dei libri che ha letto e studiato per avere le giuste nozioni storiche e creare un background verosimile e coerente. 

Giusto due o tre opuscoletti...
Sono andata a recuperarla e ve la incollo qui (confido sul fatto che Livio non se la prenda per questo "furto"... vero, amico?), perché dietro quell'immagine c'è un significato secondo me importante. 

In un mondo di tuttologi dell'ultimo minuto che si improvvisano opinionisti storici e politici (sui social, ma anche nella vita di tutti i giorni), c'è qualcuno che invece si prende la briga di farsi davvero una cultura approfondita su un argomento, prima di scriverne. 
Può sembrare ovvio, ma vedendo certi commenti e articoli in giro per la rete, non lo è poi così tanto.

Quindi, Livio, già solo per questo hai tutta la mia stima!

Ma torniamo alla storia. Questa, in breve, la trama:

"Anno Domini 1329. La pace è tornata a Milano. Il signore della città, Azzone Visconti, avvia numerosi lavori pubblici e si costruisce un palazzo sontuoso in cui ospitare la sua novella sposa e condurre le trattative per riconciliarsi con il Papato. Nel frattempo, a Bergamo, la faida tra guelfi e ghibellini imperversa più violenta che mai, al punto che alcuni cittadini in vista, tra cui Alberico da Rosciate e l'intrepido Jacopo de Apibus, avviano un progetto rischioso: manipolare la nobiltà per mettere fine alla guerra. Ma le cose prendono una piega inaspettata quando alcuni terribili segreti vengono a galla, sconvolgendo le vite dei personaggi e gettando una luce inquietante sul passato di Nera da Vertova. Segreti che sono collegati alla nuova, formidabile minaccia che si aggira tra le strade di Bergamo nelle notti di luna nuova, lasciandosi dietro una scia di cadaveri e tracciando sui muri scritte misteriose..."

I personaggi quindi, come dicevo, sono di nuovo Azzo, Crotto e Nera (ormai siamo in confidenza;-) ).
Nel primo capitolo della trilogia la mia preferita era stata quest'ultima. In questo caso, devo dire che anche Azzone Visconti se la gioca. Le parti dedicate a lui sono vivaci, intense e ricche di colpi di scena. Jacopo all'inizio faceva un po' da fanalino di coda nelle mie preferenze, rispetto agli altri due; ma da circa metà libro in poi ha riconquistato terreno. 
Nel complesso, in ogni caso, personaggi caratterizzati benissimo, vividi e ben costruiti.

La storia è complessa, intricata, ricca di intrighi, complotti e misteri. 
I miei complimenti quindi anche per la capacità di non perdere le fila di un gomitolo così ingarbugliato. Anche perché il romanzo è piuttosto lungo, e se sommando molte pagine più tanta storia ne esce un libro gradevole, avvincente, coerente e per nulla noioso... insomma, mica poco!

Vi starete magari chiedendo il significato del titolo. Cosa sono questi segreti? Cosa hanno da svelarci queste madri, di così sconvolgente?
Eh... non vi svelo niente (sapete che sono allergica agli spoiler), ma le rivelazioni in questo capitolo sono davvero sconcertanti, per tutti e tre i nostri eroi (soprattutto per due di loro...).

E il finale? Beh, dico solo una cosa... Livio, accidenti! Ora mi hai messo l'ansia, DEVO leggere subito il terzo capitolo! Quand'è che esce, dimmi un po'... forza, su, scrivi, scrivi! ;)

Che dire, alla fine? Solo una cosa. Leggetelo. Leggete anche Le Colpe dei Padri, se ve lo siete perso. Ne vale davvero la pena.

Alla prossima!


mercoledì 28 settembre 2016

*USA Books... and More* -STORIA- 2. Verso l'Indipendenza (Parte 2)

*STORIA*

Verso l'Indipendenza (2 parte)

Ciao amici!

Eccoci di nuovo a chiacchierare un po' della storia degli Stati Uniti d'America.
Un Paese che, proprio in questi giorni, è al centro dell'interesse mondiale; giusto l'altra notte c'è stato il primo dibattito televisivo tra i due candidati alla Casa Bianca, Trump e la Clinton. Ho visto (il giorno dopo... lo ammetto, non ce la facevo a stare sveglia per vedere la diretta alle due e mezza del mattino!) la location allestita presso la Hofsra University e l'ho trovata notevole.

Al centro un'aquila, simbolo degli USA, (Perché l'aquila? In fondo al post trovate la spiegazione!) con le ali spiegate e avvolta dalle parole The Union and The Constitution Forever; ai lati, a fare da sfondo ai due candidati, il testo (parziale) della Dichiarazione d'Indipendenza.

Cos'è questa Dichiarazione d'Indipendenza? Niente meno che il testo più importante della storia del Paese (tanto che Nicholas Cage arriva a rubarla nel 2004... ;) ), il suo vero e proprio atto di nascita.

Ci eravamo lasciati la scorsa volta con lo scoppio della Guerra d'Indipendenza, ricordate? Era il 1775.
L'anno dopo, precisamente la sera di giovedì 4 luglio 1776, la Dichiarazione, il documento che attesta formalmente la volontà di creare una nazione autonoma, viene approvata e firmata da quelli che vengono oggi chiamati i primi Padri Fondatori. Tra essi, diversi nomi illustri quali John Hacock (presidente del Congresso e primo governatore dello stato del Massachussets), John Adams (secondo Presidente degli USA), Thomas Jefferson (terzo Presidente, il cui faccione spicca tutt'oggi sul Monte Rushmore insieme a quelli di George Washington, Abraham Lincoln e Theodore Roosevelt) e uno dei miei miti personali, Benjamin Franklin (non solo brillante politico, ma inventore, scrittore, giornalista e chi più ne ha più ne metta...).


Una serata a dir poco storica.

Nel frattempo, la guerra continua, battaglia dopo battaglia.

Occorre notare un dettaglio, secondo me piuttosto importante. Gli Inglesi dispongono di eserciti mica da ridere, addestrati e con una lunga e proficua esperienza alle spalle.
E gli Americani? Beh, non esattamente.
All'inizio si parla di milizie volontarie provenienti dalle diverse colonie, motivate, certo, ma non molto preparate. Queste milizie si trasformano con il tempo nell'esercito Continentale (guidato niente meno che da George Washington), un bel passo in avanti ma comunque sempre molto limitato in quanto a disciplina, equipaggiamento e addestramento.
Ciò nonostante, alla fine gli Americani ne escono vincitori.
Quando si dice il potere della motivazione...

Comunque, eravamo alla Dichiarazione.
Le battaglie, anche e soprattutto dopo la firma di questo importante documento, si susseguono con esiti alterni.
Non mi soffermo sui dettagli, di arte bellica mi intendo poco e niente e rischierei solo di annoiarvi (se volete, su Wikipedia trovate una discreta cronologia dei combattimenti); condenso al massimo il tutto semplicemente nominando quelle che sono state le due battaglie fondamentali: quella di Saratoga e quella di Yorktown. Entrambe, ma soprattutto la seconda, sono state vere e proprie disfatte per l'esercito inglese e latrici dell'eventuale vittoria americana.

Vittoria sancita il 3 settembre 1783 con il Trattato di Parigi, che mette fine alle ostilità e decreta l'indipendenza delle 13 colonie americane.

Occorre attendere qualche anno prima che le colonie si uniscano per davvero, formando gli USA come li conosciamo oggi; quattro, per la precisione.
Nel 1787 viene infatti stilata la Costituzione, la "legge suprema dello Stato", che sancisce tra le altre cose il carattere federale della nazione statunitense. Stabilisce inoltre che i poteri dello stato vengano suddivisi tra legislativo (Congresso), giudiziario (Corte Suprema) ed esecutivo.
Quest'ultimo deve essere amministrato da un Presidente, una figura che nasce per l'appunto con la Costituzione.
Nel 1789, precisamente il 4 febbraio, la carica viene ricoperta per la prima volta da colui che, in pratica, aveva guidato l'esercito americano verso la vittoria, il generale George Washington, l'uomo più onesto della storia (almeno secondo la leggenda; si dice infatti che fin da piccolo fosse incapace di dire bugie... chi lo sa?) e che possiamo rivedere in tutto il suo splendore su ogni banconota da un dollaro (insieme a diversi simboli massonici ed esoterici... ma questa è un'altra storia! ;) ).

E siamo quindi arrivati al termine di questo appuntamento. Ci vediamo presto!
Alla prossima!


P.S.

Si diceva sopra... Perché l'aquila? 
Beh, questo animale è stato scelto come simbolo, a quanto si sa, il 20 giugno 1782, per diversi motivi: perché è maestosa, forte e longeva (e all'epoca si credeva vivesse solo nel continente americano) e perché rappresenta la libertà, uno dei capisaldi della cultura e dell'ideologia made in USA.

Leggenda vuole che durante una delle prime battaglie combattute durante la guerra per l'indipendenza, il rumore degli scontri abbia svegliato alcune aquile, che sarebbero poi andate a volare in cerchio sopra i patrioti, come a incitarli con le loro grida. Si dice però anche che Benjamin Franklin non amasse particolarmente questa scelta: "Vorrei che l'aquila calva non fosse stata scelta come rappresentante del nostro paese, è un uccello privo di morale, che non si guadagna da vivere onestamente[...] In realtà, al confronto il tacchino è un uccello molto più rispettabile [...] e coraggioso". (da Baldeagleinfo.com)

Ora, pur con tutta la mia immensa stima per un uomo che considero tra i migliori non solo in America ma in generale... ehm... insomma... non so se gli USA ci avrebbero proprio guadagnato in termini di immagine... ;) ...o no?...

See you soon!



lunedì 29 agosto 2016

Intervista a Pasquale Capraro (di Elisa Costa)


Buongiorno amici!

Da quanto tempo non ci vediamo, vero? Colpa di una bella stagione estiva, ricca di sole e mare e divertimento. Ma anche le vacanze più lunghe prima o poi finiscono, riportandoci alle incombenze della quotidianità. Alcune di esse sono solo noie, doveri di routine che fanno presto dimenticare il relax delle ferie. Ad altre invece ci si riavvicina con piacere, e ad esse appartiene il ritorno tra queste pagine! :)

E in questo lunedì, l'ultimo del mese di agosto, ripartiamo con una segnalazione tutta italiana. Mi è giunta voce, infatti, di un nuovo gustoso romanzo: Di Fiato, D'Amore e Vento, di Pasquale Capraro. Non ho ancora avuto il piacere di leggerlo, essendo un'uscita fresca fresca, ma la trama mi incuriosisce molto:


Ferruccio, blogger e socio di una piccola emittente televisiva, vuole sapere cosa si nasconde dietro la morte misteriosa del grande scrittore da lui intervistato e scoprire il contenuto del suo ultimo lavoro incompiuto. Grazie alla collaborazione di un’amica giornalista, scopre l’esistenza di una società segreta risalente a un’antica setta egizia. Inconsapevolmente, la donna sarà il filo conduttore della vicenda e la chiave di accesso per svelare un antico mistero risalente al rito funebre di un faraone della diciottesima dinastia. Ma il destino, si sa, è imprevedibile, come l’amore…

Che vi dicevo? Promette bene...

L'amica Elisa Costa ha potuto fare due chiacchiere con l'autore, e ne è nata una bella intervista che vi ripropongo qua sotto:

Ciao, Pasquale! Siamo qui per parlare del tuo ultimo romanzo, “Di fiato, d’amore e vento”: se sei pronto, cominciamo subito con le domande.

1. Innanzitutto una curiosità di carattere generale: da lettore, qual è il tuo genere preferito?
Non ho un genere specifico. Leggo secondo l’umore e l’ispirazione del momento.

2. In veste di scrittore, invece, ti senti più a tuo agio trattando un genere in particolare oppure non hai problemi a spaziare dall’uno all’altro?
Mi muovo su generi diversi secondo l’umore e il desiderio. Nasco artista e “sento” l’ispirazione del momento. Stavolta sono stato colto dalla storia dell’arte e sto tentando di illustrare un passato artistico che sarà raccontato nel nuovo romanzo.

3. Veniamo ora al romanzo, e alla domanda che i tuoi lettori più romantici si saranno di certo posti: la protagonista femminile è ispirata a una donna che ami o hai amato?
C’è sempre una persona reale dietro a un personaggio. Può essere un’amica, una parente, una figura che ho conosciuto da poco, una persona che ha contribuito a cambiare la mia vita, a lasciare un segno di sé. Lasciamo spaziare il lettore con la fantasia.


4. Nel libro fai spesso riferimento a opere d’arte famose, letterarie e non: abbiamo citazioni dai Promessi Sposi e accenni a Caravaggio, a Leonardo Da Vinci e ad altro ancora. Ma cosa rappresenta per te l’arte (intesa in tutte le sue forme)?
Rappresenta un’espressione di me; è una forma di bellezza e di cultura, una realtà da valorizzare e custodire.

5. Credi che al giorno d’oggi sia possibile “vivere di arte”, cioè riuscire mantenersi, a pagare l’affitto, a crescere una famiglia con la vendita delle proprie opere?
Alcuni grandi del passato potevano farlo: Michelangelo, Leonardo da Vinci, Bernini, e altri ancora che ricevevano commissioni dalla Chiesa o da privati facoltosi. Oggigiorno si vive d’arte solo nell’idea. Si vive di concetto, per quanto riguarda l’arte pittorica, a mio avviso. Diversa, invece, è l’espressione musicale. Bisogna lavorare molto e avere tanto talento per diventare qualcuno. E questo non succede in campo letterario. Forse all’estero. In Italia, i cantanti guadagnano bene mi pare. Loro, quelli celebri, vivono d’arte.


6. Serena è di sicuro uno dei personaggi più complessi: incarna sia la parte ironica e divertente della storia, grazie ai suoi dialoghi esilaranti con Ferruccio, sia quella più amara. Dall’attenzione che le dedichi si capisce che le sei molto affezionato, dico bene?
Sarò sincero: è una sfaccettatura della mia personalità. La faccia ironica che distribuisco a certi personaggi. L’ironia non manca mai nei miei scritti.

7. Per caso quest’anziana signora incarna un tuo timore? Magari la paura di invecchiare?
Di invecchiare no. Però ci penso, ogni tanto. Non è paura, piuttosto… timore di perdere la salute, la ragione, quella lucidità intellettuale che finora mi ha permesso di continuare a inventare storie. E mi auguro di restare lucido per altri anni ancora.

8. Daniele, il fratello del protagonista, ha scelto di emigrare negli Stati Uniti per lavorare come musicista. Saresti disposto a lasciare l’Italia per inseguire i tuoi sogni artistici? L’hai mai fatto o considerato seriamente?
L’Italia è troppo bella per staccarsene. Ma ci si può allontanare tenendola sempre nel cuore se le prospettive future possono garantire tali realizzazioni. Personalmente, preferisco restarci.

9. Un’ultima domanda: oltre al tuo personalissimo stile, c’è una caratteristica o un tratto ricorrente che accomuna i romanzi che hai scritto finora?
Il senso del mistero, del dramma e il gusto attoriale contribuiscono a creare quel fil-rouge che lega un ventaglio di emozioni e si schiude al suono di una parola:
 il teatro. Forse è questo che affascina il lettore. La mia scrittura è velata di spettacolo: è una via di mezzo tra cinema e il palcoscenico. Unisce i due aspetti e determina il mio stile attraverso le peculiarità salienti della mia natura, del mio talento: l’arte, la poesia e la musica.

Ti ringrazio molto per il tempo e l’attenzione che ci hai dedicato, e ti saluto con la speranza di leggere presto un altro dei tuoi libri!
Certamente. Grazie a te. Il tempo di concludere il prossimo romanzo e torneremo a parlarne ancora, chissà...

Alla prossima!
PS Trovate il libro su Amazon a questo link

See You Soon!

lunedì 4 luglio 2016

*USA Books... and more* -STORIA- 2. Verso l'indipendenza (Prima Parte)

*STORIA*


2. Verso l'indipendenza (Prima Parte)
Buongiorno a tutti!

Proseguiamo il nostro viaggio nella storia degli Stati Uniti d'America.
Bene, abbiamo visto che i moderni USA hanno avuto origine con gli insediamenti inglesi, dai Padri Pellegrini in avanti.

New Amsterdam, la NY originale
Faccio una piccola digressione per raccontarvi come è nata la mia città preferita, quella in cui ho lasciato un pezzetto di cuore (conto, prima di rendere l'anima al Creatore, di tornare a riprendermelo...). Non ci sono solo spagnoli, portoghesi e inglesi in "marcia" verso le coste del nuovo mondo. Anche gli olandesi vi si avventurano, e un bel giorno giungono su una bella penisola sulle rive del fiume Hudson e vi fondano un insediamento che battezzano New Amsterdam. Passano gli anni, e a un certo punto gli inglesi (la storia sarebbe molto più complessa, ma noi ci limitiamo ai fatti principali) conquistano l'insediamento olandese, che passa sotto il dominio britannico e che cambia il suo nome in New York (in onore del Duca di York, fratello di re Carlo II e futuro re Giacomo II). Ed è così che nasce The Big Apple, la città che non dorme mai...

Tornando a noi: i primi, timidi e tentennanti insediamenti sulla costa orientale si sono trasformati, ampliandosi e sviluppandosi; nel 1732, con la nascita della Georgia, sono 13 le colonie inglesi su suolo americano (da nord a sud: Provincia del New Hampshire, Provincia della Massachusetts Bay, Colonia di Rhode Island e delle Piantagioni di Providence, Colonia del Connecticut, Provincia di New York, Provincia del New Jersey, Provincia di Pennsylvania, Colonia del Delaware, Provincia del Maryland, Colonia della Virginia, Provincia della Carolina del Nord, Provincia della Carolina del Sud, Provincia della Georgia). Una bella estensione e un buon numero di persone. E anche un buon numero di problemi, principalmente con la madre patria.
Le 13 colonie 1763-76 (da Wikipedia)
Immaginiamo la scena. Siamo coloni, conduciamo le nostre dure vite a migliaia di chilometri da Londra e dal re. Eppure questi ultimi pretendono da noi molte tasse (per esempio sui francobolli - Stamp Act - o sullo zucchero - Sugar Act -), che peraltro riteniamo illegali dal momento che non ci viene permesso di avere rappresentanti nel governo inglese (da qui nasce il famoso motto "No taxation without representation" - Nessuna tassa senza rappresentanza).
I coloni si sentono quindi solo una fonte di entrate per la madre patria, una gallina dalle uova d'oro da cui attingere per rifornire le casse imperiali, svuotate dalla lunga e impegnativa Guerra dei Sette Anni.

E nel 1773 arriva la famigerata goccia che fa traboccare il vaso. 
La Compagnia Britannica delle Indie Orientali, in gravi difficoltà finanziarie, ottiene il completo monopolio sul commercio del tè, tagliando fuori completamente gli intermediari americani che quindi perdono una grande fonte di guadagno. Avviene quindi un atto dimostrativo passato alla storia. Alcuni coloni, travestiti da nativi americani, la notte del 16 dicembre 1773 si intrufolano a bordo di alcune navi mercantili inglesi e rovesciano l'intero carico di tè al loro interno nelle acque del porto di Boston. Si tratta del famoso Boston Tea Party.
Atto dimostrativo, dicevamo, ma dalle immense conseguenze.
L'Inghilterra, inutile dirlo, va fuori dai gangheri. Pretende sostanziosi risarcimenti, chiude il porto di Boston e toglie ulteriori libertà alle colonie.

È palese, è ora di fare qualcosa. Nel 1774, a Philadelphia, si riunisce il Primo Congresso Continentale. Al Congresso partecipano i delegati di 12 delle 13 colonie, che rivendicano l'autonomia amministrativa dei coloni e votano tra le altre cose il boicottaggio sistematico delle merci inglesi. Sia da una parte che dall'altra dell'Atlantico si vedono tentativi di compromesso per evitare la rottura, ma alla fine nessuno di essi ha successo. 

E così, nel 1775, ha inizio la Guerra di Indipendenza

Come finirà? Beh, lo sappiamo, no? In ogni caso, se volete sapere a grandi linee com'è andata, stay tuned!

Alla prossima!




lunedì 27 giugno 2016

Nero Eterno

di David Falchi
2014

Ciao a tutti, amici!

Che bello, quando posso parlar bene di un giovane scrittore italiano sono sempre soddisfatta; ergo, oggi sono molto soddisfatta. Ho terminato qualche giorno fa la lettura di Nero Eterno, romanzo di David Falchi. Non conoscevo l'autore, non avevo idea della trama del libro. Ma la copertina era talmente bella...

Visto? Cosa vi dicevo? ;)

Comunque, tornando a ciò che sta dentro il libro... la storia può sembrare la più banale del mondo. Il protagonista, Marcello Kiesel, è un cacciatore di fantasmi. Nel campo ormai da anni, viene chiamato per liberare edifici infestati da spiriti, demoni e altri simpatici personaggi. 

Kiesel, come ogni investigatore che si rispetti, ha un fido assistente; il "dottor Watson" di questo Sherlock Holmes degli spiriti si chiama Lerner. Ed è un assistente decisamente particolare; se posso, il mio personaggio preferito: inquietante e divertente allo stesso tempo, "buca le pagine" nonostante l'autore non si soffermi più di tanto su di lui e sulla sua storia. Si tratta di uno spirito intrappolato dentro uno specchio che Kiesel porta sempre con sé. La sua figura resta per certi versi in disparte, ma il suo aiuto è fondamentale nel corso di un' indagine più rischiosa del solito. 

Questa indagine si svolge in Italia. Kiesel, di ritorno da una missione  in Inghilterra, riceve la telefonata dei coniugi Guidi, i quali cercano l'aiuto del nostro Purificatore contro una presenza inquietante apparsa all'improvviso nella loro casa, la quale non ha mai avuto fama di essere infestata. Questa presenza si rivelerà particolarmente pericolosa perché lo stesso Kiesel diventerà il bersaglio dei suoi piani oscuri...

Quello che mi è piaciuto più di tutto, al di là della trama interessante e coinvolgente (che, pur avendo come dicevo una base sfruttata molto spesso, rivela anche spunti originali e momenti ricchi di suspense... per non parlare di un finale col botto!) è lo stile di Falchi. Il romanzo è scritto davvero bene, in una narrazione che procede svelta e scorrevole.

Una ghost story che vale la pena leggere, classico esempio di un'opera italiana poco conosciuta ma che non ha nulla da invidiare ai più blasonati scrittori d'oltre oceano. Consigliatissima a chi vuole immergersi in atmosfere horror e momenti di vera tensione.

Alla prossima!


sabato 11 giugno 2016

*USA books... and more* -STORIA- 1. Come tutto è iniziato (parte seconda)

*STORIA*
1. Come tutto è iniziato

Eccoci di nuovo, cari amici.
Eravamo rimasti alla colonia di Plymouth, giusto? Quindi, sono arrivati i Padri Pellegrini, hanno fondato la loro colonia e hanno dato il via alla nascita di quella che diventerà la prima potenza mondiale.

Tutto questo avveniva dieci anni fa.
Ora un'altra nave si sta avvicinando alle coste americane. Si chiama Arbella, ed è partita dall'Inghilterra l'8 aprile del 1630. Ma prima ancora di giungere sulle coste del Nuovo Mondo, a bordo accade qualcosa di storico.
Si tratta di un discorso, intitolato A Model of Christian Charity e pronunciato da John Winthrop. Winthrop è un avvocato ma, soprattutto, uno studioso delle scritture e devoto puritano (sebbene non separatista come i Padri Pellegrini). Il discorso, o sermone, che egli recita a bordo dell'Arbella è molto importante perché, tra le altre cose, incarna quello che sarebbe sempre stato lo spirito, la spina dorsale della cultura americana.
Questo soprattutto in una frase:

"For we must consider that we shall be as a city upon a hill. The eyes of all people are upon us, [...]"
("Perché dobbiamo considerare che noi saremo come una città sulla cima di una collina. Gli occhi di tutti saranno su di noi, [...]")


Se avete già letto alcune delle principali opere della letteratura nordamericana (Twain, per esempio,o Hawthorne, o anche in tempi molto più moderni King o Straub, per citarne solo alcuni) vi sarete accorti che la città è spesso un elemento portante della narrazione, un microcosmo fondamentale tanto da diventare spesso un vero e proprio personaggio (ne parlo anche, di sfuggita, in questo post riferendomi a The Dome di King).

[...] Può essere utile e interessante, a questo punto, aprire una piccola parentesi; ricollegandosi anche a quanto avviene in IT (e in molte altre opere di King, tra cui ad esempio Needful Things - 1991 - in cui la cittadina di Castle Rock è portata alla distruzione dall'arrivo di un vero e proprio demonio che riesce a mettere gli abitanti gli uni contro gli altri), si può notare che la città, vista in tutti questi casi come un'unica entità che finisce per rivelarsi debole, corruttibile e facilmente adescabile dalle forze malighe, ha un ruolo dominante. E così è stato, a ben guardare, anche in molta della letteratura nordamericana fin dalle origini; basti pensare a The Man Who Corrupted Hadleyburg di Mark Twain o al già citato The Scarlet Letter di Hawthorne (quella città tanto orgogliosa della propria moralità e del proprio rigore religioso si dimostra alla fine ben più corrotta e peccaminosa della povera Esther Prynne). Ciò deriva forse dal fatto che fin dall'arrivo dei primi coloni è stata data una grande importanza al concetto di comunità urbana: uno dei primi testi della storia letteraria americana è A Model of Christian Charity, il sermone tenuto da John Winthrop sulla nave Arbella, durante la traversata che trasportava i pellegrini della Massachussets Bay Colony: in esso Winthrop affermava che "...noi saremo come una città su una collina; gli occhi di tutti sono su di noi...". Gli agglomerati urbani americani, fin dall'inizio della colonizzazione, hanno dovuto fare i conti con una forte volontà di ergersi a modello per tutti gli altri Paesi del mondo, per il loro livello di eccellenza, spirito comunitario, rettitudine verso Dio e gli uomini. Traguardo ambizioso che gli scrittori americani, a quanto sembra, non sentono di aver raggiunto. [...]


Questo scrivevo, giovine laureanda di (forse) belle speranze, nel lontano anno accademico 2000/2001, in una tesina intitolata La Narrativa di Stephen King: l'ambientazione. Un lavoro non così malaccio, anche se rileggendolo ora noto diverse ingenuità stilistiche (spargimento di d eufoniche come se non ci fosse un domani, spazi all'interno delle parentesi, persino un paio di refusi...). Se vorrete darle un'occhiata (e promettete di non fare troppo caso agli orrori stilistici di cui sopra ;) ) potete scaricarla qui. 
PS potete, nel caso vi serva per tesine o altro, riutilizzare quanto scritto; vi chiedo solo, se lo farete, di fare sempre riferimento all'autrice, vale a dire me medesima ;) .

Per oggi interrompiamo. In effetti noto di aver parlato più di letteratura che di storia, forse dovrei cambiare il titolo... bah, non fa niente; la prossima volta riprenderemo bene il filo storico, arrivando a un punto di svolta fondamentale: la ribellione delle colonie, che porterà alla nascita degli USA.

See you soon!


martedì 7 giugno 2016

Morivamo di Freddo

di Rosalia Messina
2016

Ciao amici!
Parliamo oggi di un romanzo un po’ particolare. L’autrice si chiama Rosalia Messina, è siciliana, e il libro in questione è la sua quinta pubblicazione. Il titolo, Morivamo di freddo, può lasciare spiazzati. Che cosa vuol dire? Di cosa parla, esattamente, questo breve romanzo?
Be’, per quanto riguarda la prima domanda, la risposta si trova tra le pagine, nelle parole pronunciate a un certo punto da uno dei protagonisti, Enrico.

«... mia madre e io che orbitavamo intorno a questo sole spento e morivamo di freddo».

Un’immagine evocativa, che chiarisce bene il senso del titolo. E che racchiude in sé la quintessenza dell’intera opera. L’importanza dei legami, familiari e non.
Cosa succede in questo romanzo? A ben vedere, non molto. Con questo non voglio dire che sia noioso; semplicemente, si tratta di un libro introspettivo, senza scene adrenaliniche o momenti di suspense. Ci sono due morti violente, è vero. Ma, pur essendo fondamentali per lo sviluppo della trama, esse sono trattate in modo quasi marginale. Vengono relegate, per così dire, a eventi dietro le quinte. Il lettore non è infatti presente nel momento in cui esse si verificano, ma ne sente solo parlare.
Per usare una similitudine, queste due tragedie sono come il vento: non le possiamo vedere, ma ne cogliamo a fondo gli effetti devastanti.
E proprio come il vento che spazza via la polvere e riesce a sradicare piante e abbattere edifici quando è troppo forte, queste due disgrazie portano alla luce i problemi, le ansie e le debolezze dei protagonisti.
È così che il lettore si trova a tu per tu con mariti assenti, mogli rassegnate, padri insoddisfatti, figli ribelli e amici forse meno brillanti di quanto si pensava.
Oltre che in quella di Enrico, entriamo nelle vite e nelle menti di altri quattro personaggi: Mauro, Sandra, Guido e Loredana. Questi cinque nomi, alternati in modo più o meno regolare, sono anche i titoli dei diversi capitoli che formano il libro. La vicenda viene quindi raccontata di volta in volta da diversi punti di vista, in uno stile narrativo tutt’altro che lineare. Iniziamo nel 2007 con Enrico, per passare al 1993 con Guido prima e Mauro poi, al quarto capitolo. Un tipo di narrazione che potrebbe rendere molto complicato non perdere il filo del discorso (e rendere inoltre la lettura noiosa e poco coinvolgente, con tutti questi salti temporali), non fosse che l’autrice è davvero brava a giocare con le parole e a creare una storia fluida e verosimile, in un susseguirsi di immagini poetiche e suggestive.
Insomma, un romanzo che mi sento di consigliare; breve, ben scritto, quasi una poesia in prosa che esplora l’animo umano e le difficoltà di relazione che spesso si incontrano.

Link Amazon
Link Bookrepublic


Alla prossima! :)

mercoledì 1 giugno 2016

*USA books... and more* -STORIA- 1. Come tutto è iniziato (prima parte)

*STORIA*
1. Come tutto è iniziato

Ed eccolo.
Il primo capitolo di un nuovo corso; per il blog, per me, per i miei lettori. 
USA books... and more, questo è il titolo che ho scelto per la nuova sezione. Una sezione che vuole essere un mio tentativo di condividere con tutti voi la mia passione per la storia e la letteratura made in USA. Sarà suddivisa in diverse tipologie; storia, autori e opere. 
Ho deciso di iniziare con la storia. Dopotutto, un background di qualche tipo è sempre utile, no? E così andiamo a (ri)scoprire come tutto ha avuto inizio; riviviamo insieme i primi giorni di vita di un mondo nuovo e affascinante.

E lo sappiamo tutti, vero, come tutto è iniziato?
Era un venerdì. Mattina, per la precisione. Dopo più di due mesi di navigazione (uno dei quali passato in sosta alle Isole Canarie per alcune riparazioni e rifornimenti), il 12 ottobre 1492 il genovese Cristoforo Colombo, sotto l'egida dei sovrani di Spagna Ferdinando di Aragona e Isabella di Castiglia, attracca sulle coste di un'isola che egli decide di battezzare San Salvador, svelando così al mondo l'esistenza di un nuovo, favoloso continente ricco di opportunità.
L'arrivo di Colombo

In realtà tutto questo non è del tutto esatto. 

Colombo non ha infatti mai annunciato a nessuno di aver scoperto un nuovo continente. Semplicemente perché non sapeva di averlo fatto. 
Quando incontra i nativi del luogo, lui li chiama indios, indiani. Perché mai? 
Beh, il suo viaggio aveva avuto lo scopo di dimostrare che l'Asia si poteva raggiungere in modo più agevole andando verso ovest, e navigando quindi l'Atlantico. Quando tocca le coste del Nuovo Mondo, è convinto di aver confermato la sua ipotesi e di trovarsi in India. Da qui il termine indiani, vocabolo assolutamente sbagliato ma che è tuttavia entrato nell'uso corrente per indicare tutte le popolazioni dell'America precolombiana.
Per apprezzare la scoperta di Colombo occorre aspettare qualche anno e un altro navigatore italiano, Amerigo Vespucci. Infatti è lui il primo a rendersi conto che le terre su cui è approdato il "collega" non possono far parte dell'Asia. Deve trattarsi di un continente ancora sconosciuto, che prenderà il nome proprio da lui. America.
Aggiungo un piccolo dettaglio. C'è chi dice che Colombo, in realtà, non abbia scoperto un bel nulla (e questa potrebbe essere comunque un'affermazione corretta, a ben guardare: l'America esisteva già ed era abitata da milioni di persone; per "scoperta" ovviamente si intende "resa nota alle popolazioni europee"). Sembra infatti che siano stati i Vichinghi, molti anni prima di lui, ad approdare per primi su quelle coste sconosciute. Ipotesi intrigante, ma chi lo sa? Io mi limito alla versione "ufficiale", ma qualsiasi volontà di dibattito a riguardo è bene accetta!

Ok, l'America è stata scoperta. Ma ne deve passare ancora di acqua sotto i ponti prima di veder nascere gli Stati Uniti veri e propri.
E poi, Colombo era italiano e viaggiava per conto della Spagna. Perché la lingua ufficiale degli USA è l'inglese?
Semplice. La Spagna ha colonizzato l'America del Centro e del Sud (il Portogallo si è invece stanziato in Brasile). La parte a nord del Messico, invece, inizia a trasformarsi grazie all'arrivo di coloni partiti dall'Inghilterra.

1607. Arrivano i primi coloni (*), inviati dal re (James I) con lo scopo di formare il primo insediamento permanente nel Nuovo Mondo. Questi simpatici amici, capitanati da John Smith (ricordate Pocahontas?), eseguono l'ordine e fondano il piccolo villaggio di Jamestown (in onore del re), ubicato nell'attuale stato della Virginia (così chiamato in onore della regina Elisabetta I, chiamata "regina vergine" per non aver mai convolato a nozze). La colonia non ha molta fortuna. Poche risorse, problemi con gli indiani (nonostante alterni periodo di pace e, anzi, si può dire collaborazione), mortalità elevata. Un primo esperimento, coraggioso e importante, ma poco fruttuoso.

(*) in realtà c'erano stati altri tentativi di insediamento da parte degli inglesi, ma erano tutti sfumati nel nulla (quello di Jamestown è stato solo il primo a durare più di un soffio di vento...). Il più affascinante, e di cui sicuramente avete già sentito parlare, riguarda la colonia di Roanoke. I coloni (circa un centinaio) arrivati sull'omonima isola nel 1587, nel 1590 sparirono senza lasciare traccia. Unico indizio (se così si può chiamare) la parola CROATOAN incisa sul pilastro di un forte. Molte sono le ipotesi plausibili. Che i coloni siano morti per qualche malattia; che siano stati attaccati dai nativi; che si siano spostati (chissà per quale motivo) su un'isola chiamata per l'appunto Croatoan. La loro scomparsa è rimasta un mistero che in certi casi ha scomodato ipotesi decisamente soprannaturali: c'è chi dice che la stessa parola sia stata pronunciata da Poe prima di morire, e che Bierce e Amelia Earhart l'abbiano scritta prima di scomparire rispettivamente in Messico e tra le acque del Pacifico. Bah, mi sembra un po' eccessivo, non trovate? Ma il fascino del mistero è sempre una cosa intrigante.


Si scopre la scomparsa dei coloni nella "colonia perduta"

Tornando alla storia nuda e cruda, è giunto il momento di presentarvi quelli che sono considerati i veri fondatori dei futuri Stati Uniti d'America, vale a dire i Pilgrim Fathers, i Padri Pellegrini.
Chi erano costoro? Senza entrare in dettagli troppo tecnici, possiamo dire che erano un gruppo di separatisti inglesi che, nel regime intransigente del regno di re James, decisero di emigrare nella speranza di poter professare liberamente, nella vastità quasi incontaminata del Nuovo Mondo, l loro religione: il puritanesimo. Copio la definizione direttamente dall'enciclopedia Treccani:

Il termine puritano deriva dal latino purus «puro», e fa riferimento al movimento religioso di ispirazione calvinista (Calvino) che si batté per abolire nella Chiesa anglicana (anglicanesimo) tutto ciò che ancora ricordava il cattolicesimo: per esempio, il grande sfarzo delle cerimonie religiose accompagnate dall’organo, il segno della croce, i ricchi paramenti sacerdotali. Ispirandosi al calvinismo, i puritani sostenevano che tutto quel che accade sulla Terra dipende unicamente dalla volontà imperscrutabile di Dio, ed essi stessi si sentivano eletti, cioè scelti da Dio (predestinati). Rifiutavano la gerarchia ecclesiastica, presente anche nella Chiesa anglicana, e aspiravano a costruire una Chiesa dove la Sacra Scrittura venisse considerata come l’unica e assoluta norma da seguire: per i puritani il rapporto tra i fedeli e Dio doveva essere diretto e personale.
Nella loro vita quotidiana i puritani mostravano il massimo impegno individuale, nel lavoro come nella vita familiare. Consideravano l’ozio e il troppo divertimento gravi peccati. Per questo loro rigore e per l’insofferenza verso le autorità religiose vennero considerati un pericolo dalla corona inglese e furono duramente perseguitati nell’Inghilterra di Elisabetta I, nella seconda metà del Cinquecento. 


Per questo, quindi, il 6 settembre 1620 una nave dal romantico nome Mayflower (fiore di maggio) salpa dal porto di Plymouth, destinazione Nuovo Mondo. A bordo 102 persone, quelli che sarebbero stati conosciuti da lì in poi come Padri Pellegrini. Il termine "padri" non vi inganni: a bordo ci sono uomini, donne e bambini. Dopo due mesi di dura navigazione, vengono finalmente accolti dalle promesse della baia di Cape Cod (Massachussets).
Qui fondano la Plymouth Plantation, l'insediamento che ha dato il la alla formazione dei futuri Stati Uniti.
Sono inoltre stati gli "inventori", per così dire, di una delle feste americane più importanti. L'autunno dell'anno successivo i coloni, insieme ad alcune tribù di  indiani, che li hanno aiutati durante l'estate nella coltivazione dei prodotti locali come il mais, festeggiano la buona riuscita del raccolto. Nasce così quello che oggi è conosciuto con il nome di Thanksgiving Day (Festa del Ringraziamento).
Il primo Ringraziamento
Tra i passeggeri del Mayflower, uno merita particolare attenzione dal punto di vista letterario. William Bradford, leader separatista britannico, è stato uno dei governatori della colonia; nel corso del tempo ha scritto una sorta di diario, intitolato Of Plymouth Plantation, che ha aiutato i posteri a capire dettagli del viaggio, della vita nella colonia e del pensiero di questi uomini e donne.

Finisce qui la prima parte sulla storia della colonizzazione degli Stati Uniti.

Alla prossima! See you soon!

martedì 31 maggio 2016

Vita nuova... o quasi

Buongiorno amici lettori!

Immagino abbiate notato qualche piccola variazione nel layout del blog. Colori diversi, disposizione diversa dei contenuti... i quali, in effetti, saranno leggermente differenti. Non di molto, ma quel tanto che basta per far sì che il mio angolino virtuale tenti un piccolo salto in avanti. 
Finora questo è stato poco più di un diario, un luogo in cui io potevo semplicemente dire tutto quello che mi passava per la testa, senza nessuna particolare ambizione, per lo più a senso unico. Un gioco, e basta.
Ora vorrei che il blog prendesse una strada leggermente diversa. Niente di drastico, tranquilli. Solo vorrei dare a queste pagine un'impronta meno giocosa (almeno in parte) e un pochino più seria. Anzi, come fine ultimo, più funzionale.

Ho pensato e ripensato a quali argomenti trattare per poter unire, per così dire, l'utile al dilettevole.

E la risposta, come spesso capita, l'ho trovata quando meno me l'aspettavo: sul lavoro.

Mi sono trovata a proporre ad alcuni dei miei studenti un racconto di Ambrose Bierce, An Occurrence at Owl Creek Bridge. L'ho letto loro nel corso di un'ora di lezione; a voce alta, in inglese, spiegando man mano cosa stava accadendo per far fruire loro meglio le emozioni date dalla pagina.
Ebbene, mi sono divertita un mondo.
Anche se alla fine dell'ora ero senza fiato (faccio i miei complimenti a quegli artisti, per esempio quelli che producono audiolibri, che lo fanno quotidianamente per mestiere) ero soddisfatta. Perché anche se non tutti i miei uditori hanno effettivamente apprezzato (c'è da dire che la difficoltà di fruire di un testo in lingua originale, pur con tutte le spiegazioni del caso, è un ostacolo non da ridere) per me è stato bello pensare di aver fatto loro conoscere un autore di cui ancora non avevano sentito parlare. Mentre raccontavo loro alcuni aneddoti sulla sua vita mi sentivo come se stessi nuotando in acque tranquille e familiari.
Stessa cosa quando parlavamo di storia dell'America, della sua scoperta, della sua colonizzazione, delle guerre che ha combattuto e dei personaggi principali che lì hanno avuto i natali.

Ho rivissuto quei momenti in cui ho scoperto il mio amore per la produzione letteraria d'oltreoceano.

E pensare che all'epoca si trattava solo di un esame da aggiungere al piano di studi; incerta se scegliere Letteratura Nordamericana o altro, ho pensato "ma sì, la cultura USA mi piace abbastanza, amo Stephen King, mi piace moltissimo Poe... quasi quasi metto questo".
Ed è stato amore a prima vista.
La letteratura italiana non mi dispiace, certo; alle superiori la studiavo volentieri e riconosco che tanti sono gli autori pregevoli che nei secoli si sono avvicendati nel Bel Paese.
Ma dopo aver conosciuto a fondo gente come Hawthorne, James, Dickinson, Whitman, il Bierce di cui sopra, Fitzgerald, Salinger, Frost, Hemingway, Nabokov, e ora mi fermo perché se no andrei avanti per ore... dicevo, dopo aver conosciuto bene questi personaggi... beh, lo so che ora mi attirerò le ire di molti ma... ho scoperto che la letteratura USA mi piace mille volte più di quella italiana (ok, uccidetemi pure, ma non cambierò idea! ;) ).
La trovo fresca, vitale, ricca e intensa. Ho adorato studiare i suoi esponenti e leggere le loro opere.

E mi sono detta: se portassi tutto questo anche sul blog?

Se cercassi, tramite quelle pagine virtuali, di far conoscere a fondo la storia e la letteratura nordamericana? Magari questa mia piccola creatura potrebbe diventare un luogo in cui gli studenti che ne abbiano bisogno possono trovare spunti o informazioni, e che c'è di meglio che divertirsi fornendo anche un servizio utile?

Per questo ho pensato, come dicevo sopra, di dare un taglio meno giocoso e un po' più professionale al blog.

Continuerò a recensire i libri (magari anche i film) che mi capita di incontrare per la strada e, nel caso, esporre le mie opinioni riguardo notizie o eventi che catturino la mia attenzione.

Ma soprattutto vorrei provare a distribuire un po' di letteratura made in USA; non solo con i miei pensieri e opinioni, ma proprio partendo dal presupposto di voler insegnare, o quantomeno trasmettere qualcosa (sì, diciamo trasmettere, è meglio; non mi sento così in gamba da poter addirittura insegnare qualcosa qui; ma posso benissimo trasmettere quello che gli altri hanno insegnato a me e che soprattutto mi hanno insegnato ad amare. Per questo vi ringrazio, docenti del corso di Letteratura Nordamericana I e II dell'Università degli Studi del Piemonte Orientale!).

Quindi, oggi si apre ufficialmente una nuova sezione del blog, tutta dedicata alla letteratura e alla storia dalle 13 colonie in poi. Il primo post di questa "nuova era" è già quasi pronto e approderà su queste rive domani.

Spero che questo mio impegno (perché so già che sarà estremamente impegnativo!) possa dare i suoi frutti e risultare utile a chiunque voglia avvicinarsi al mondo meraviglioso della letteratura a stelle e strisce.

See you soon!

domenica 29 maggio 2016

KINGvsKING - Ultima Puntata

Ciao a tutti!
E siamo infine giunti all'ultima puntata della rubrica KINGvsKING. Ci ha accompagnato per un periodo, ed è stata un piccolo gioco che, più che altro, era una scusa per poter parlare del mio autore preferito. 

Come? direte. Non è possibile che sia già finita. Mancano ben più di quattro opere...
Eh sì, ci avete visto giusto. Con i quattro "concorrenti" odierni terminiamo tutti i romanzi del Re (a parte la trilogia di Mr Mercedes; per quella aspetto che escano tutti i volumi! Quindi aspettatevi una piccola puntata extra fra qualche mese ;) ). 

Mancano le raccolte di racconti e, soprattutto, LEI. La SAGA. The Dark Tower.

Beh, ho pensato di saltarli. Il perché è presto spiegato.

Le raccolte di racconti sono meravigliose (ho finito da poco Il Bazaar dei Brutti Sogni l'ho adorato), ma sono talmente eterogenee che risulta complesso fare una scelta. Avevo fatto un tentativo qui, e mi era sembrata una bella idea. Ma con il senno di poi mi sono resa conto della difficoltà di decretare il vincitore quando ci sono così tante carte in tavola (forse nel primo esperimento era stato un po' più semplice perché in Stagioni Diverse vi sono solo quattro storie).
Per quanto riguarda La Saga, la considero come un'unica entità. Certo, ci sono capitoli che ho amato più di altri, ma nessuno dei romanzi potrebbe esistere senza gli altri, sussistono grazie alla loro unità, al filo conduttore (o Vettore, vedete voi ;) ) che li unisce. Quindi lascio che la Torre si regga in piedi da sola, svettante nel suo campo di rose in attesa dell'ultimo cavaliere...

Quindi, eccoci per l'ultima scelta, l'ultima piccola competizione. In attesa di un cambiamento...

sabato 30 aprile 2016

KINGvsKING - 16 puntata

Ciao a tutti!
Eccoci con altre quattro opere del Re da confrontare tra di loro.

Cell (2006), La Storia di Lisey (2006), 
Duma Key (2008), The Dome (2009)

Bene, prima di chiedervi il vostro parere, vi lascio il mio. 
Tra questi quattro, senza ombra di dubbio il mio preferito è La Storia di Lisey. Dire che l'ho adorato è riduttivo. Questo è uno degli esempi di come il Re sia in grado di scavare nella psicologia delle persone, di trovare la magia dove questa sembra non esserci, di creare valanghe di eventi ed emozioni che a mano a mano, partendo da poco o niente, fanno crescere nelle dita del lettore delle calamite super potenti che si attaccano al libro senza speranza che esso possa venire posato... ;)

Subito dietro, nella mia mini classifica personale, Duma Key. Sono per certi versi agli antipodi, La Storia di Lisey e Duma Key, eppure molto simili. Entrambi romanzi molto psicologici, l'ossatura del primo sono i pensieri e le emozioni di una donna, del il secondo quelli di un uomo. In entrambi i casi il Re è maestro nel renderci partecipi delle loro (dis)avventure.

The Dome esplora un'altra delle grandiose capacità di King: la sua abilità nel creare microcosmi realistici e variegati. Così come Castle Rock, Derry o Haven, anche Chester's Mills diventa a suo modo un personaggio vero e proprio: la città ha un cuore pulsante, ha lati buoni e lati cattivi, è dotata di vita propria perché i suoi abitanti ne fanno un essere vivente a tutti gli effetti. Ce ne sarebbero di cose da dire su questa tematica, cui però qui accenno solo di sfuggita. Unica cosa che posso dire: complimenti a King. Visto spesso come un narratore per certi versi di serie B, esclusivamente commerciale, scrive a così tanti livelli e con tale profondità da aver poco o nulla da invidiare a grandi maestri come Hawthorne, Melville o Twain. 

Cell, lo ammetto, non mi ha entusiasmato. Devo dire però di aver, nel tempo, letto commenti molto favorevoli. Mi sono quindi ripromessa un'ulteriore lettura (che avverrà a distanza di anni dalla prima, quindi chissà, il mio giudizio potrebbe completamente capovolgersi!)

E voi, cosa ne pensate?

Fatemi sapere e...

...see you soon!

lunedì 25 aprile 2016

KINGvsKING 15 puntata

Buona giornata amici!
Eccoci di nuovo con la rubrica KINGvsKING, che pian piano arriva verso le battute finali... nell'analisi della lunga carriera del Re, entriamo oggi infatti nelle opere del nuovo millennio. Si scontrano infatti oggi quattro opere che spaziano dal 2001 al 2005:


L'Acchiappasogni (2001), La Casa del Buio (2001), 
Buick 8 (2002), Colorado Kid (2005)

Qual è la mia scelta? 

Sicuramente L'Acchiappasogni. Per le forti tematiche che lo permeano (soprattutto il sentimento di amicizia e lealtà), per la componente psicologica e il meraviglioso modo di rappresentare la mente umana e, sì, anche per il riferimento a un certo club di perdenti. Non è in assoluto il mio romanzo di King preferito, ma tra quelli proposti oggi merita sicuramente il primo posto. 

Mi è piaciuto molto anche Colorado Kid; un romanzo diverso da qualsiasi altra opera kinghiana che io abbia mai letto e con un finale che lascia l'amaro in bocca (per non dire la voglia di telefonare all'autore e caricarlo di improperi!), ma talmente in grado di catturare l'attenzione del lettore da avere un posto piuttosto alto nella mia personale classifica. Certo, magari un po' di merito l'avrà anche il fatto che ho comprato la mia copia in aeroporto ad Atlanta (quindi l'ho letto rigorosamente in lingua originale) durante il viaggio di nozze! ;)

Per quanto riguarda La Casa del Buio, mi è piaciuto più di Buick 8. Ma ha un grosso difetto: ha disatteso completamente le mie aspettative. In quanto seguito di uno dei miei romanzi preferiti in assoluto (Il Talismano, scritto, così come La Casa del Buio, insieme a Peter Straub) lo avevo atteso con ansia, salvo restare decisamente delusa una volta terminata la lettura. Sì, non è male; sì, la storia è bella e incalzante. Ma non ha nulla a che vedere con il suo predecessore. Un'amica tempo fa mi ha detto di non aver mai letto Il Talismano perché, essendo rimasta delusa da La Casa del Buio (non sapeva fosse un seguito) non è stimolata alla lettura. Le ho consigliato di non farsi sviare, perché la storia di Jack Sawyer, fantastico giovane a spasso per I Territori, è davvero qualcosa.

E voi, invece, cosa ne pensate?

Fatemi sapere le vostre impressioni :)

See you soon!