lunedì 24 settembre 2018

Movies - The Miracle Season

Buon pomeriggio a tutti!

Parliamo un po' di cinema, vi va? Ieri, nel mio piccolo, ho fatto una scoperta.
Una di quelle scoperte semplici, ma che lasciano comunque un segno.

Non sono una sportiva accanita, chi mi conosce lo sa, ma tra tutti gli sport il mio preferito è sempre stato e, credo, sempre sarà la pallavolo. Trattasi dell'unica disciplina che seguo per televisione, che pratico ogni volta che posso (anche se avrei decisamente più successo nel ruolo della palla che di una delle giocatrici in campo), tipo in vacanza sulla spiaggia o durante i rocamboleschi incontri figli-genitori che si tengono alla fine della stagione di allenamenti di minivolley dei miei bambini (sì, anche a loro piace... ne sono felice, se dovessero decidere di proseguire negli anni mi farebbero davvero felice!).

Comunque, tutta questa introduzione per dire che ho scaricato sul mio MySky un film intitolato Una Stagione da Ricordare; non ho letto tutta la trama, ma ho visto la parola "volley" e ho detto "caspita, un film che parla della pallavolo: guardiamolo!". E così ieri, io e i miei cuccioli, ci siamo messi davanti alla TV e abbiamo iniziato... a piangere! Dopo circa un quarto d'ora dall'inizio, io e la mia bimba eravamo in una valle di lacrime eguagliata forse solo dal finale de Il Miglio Verde o di La Vita è Bella. E siamo arrivate alla fine in un crescendo di emozioni... Vi racconto a grandi linee.

Due grandi amiche, fin da piccole. Entrambe giocano a pallavolo, una delle due è il capitano. Bravissima nel gioco, mezza matta (ma in senso buono), vero cuore pulsante della squadra e latrice di allegria ovunque vada. L'altra è molto più tranquilla, meno intraprendende ma molto dolce.
Poi, la tragedia.
Un incidente, un secondo forse di distrazione... e una delle due amiche di colpo rimane da sola.
(Qui c'è stata la prima fiumana di lacrime)
Ovviamente la squadra è persa. Nessuna delle compagne se la sente di giocare e, anche quando lo fanno, non riescono a vincere nemmeno un set.

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ATTENZIONE! DA QUI IN POI C'E' UNO SPOILER POTENTE! SE NON VOLETE SCOPRIRE IL FINALE DEL FILM, SALTATE TUTTA LA PARTE IN ROSSO E ANDATE DIRETTAMENTE ALLA FINE DEL POST!
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SPOILER! SPOILER! SPOILER!
Ma poi, il miracolo. Grazie anche e soprattutto alla loro coach  (una splendida, a mio parere, Helen Hunt) le ragazze ritrovano la voglia di giocare, anche per onorare la loro amica. E nonostante avessero ogni probabilità contro, riescono, alla fine, a vincere il campionato.
FINE SPOILER! FINE SPOILER! FINE SPOILER!
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Ora. Se si trattasse solo di un film, una normalissima pellicola con sceneggiatura originale, si potrebbe dire "eh, va beh, che fantasia, il classico film pieno di buoni sentimenti, con sotto sotto, nemmeno tanto celato, il messaggio che la passione ti deve guidare e segui il cuore e bla, bla, bla".

Ma non lo è. Perché questa storia è accaduta davvero. 

Tutto vero, dall'inizio alla fine, con tanto di inquadrature e gesti che si possono rivedere tali e quali in un documentario di HBO sulla storia della giovane e sfortunata Caroline Found che mostra video originali delle partite. Me lo sono visto tutto (lo trovate qui - in inglese, voleste dargli un'occhiata). Certo, anche per stessa ammissione del regista alcuni dettagli sono stati modificati per ragioni cinematografiche, ma la gran parte della storia è quella che si vede nel film. 
Finale compreso. 
Comprese, anche, le scarpe da ginnastica che l'amica posa sotto una sedia a ogni partita, un modo per dire che Line è ancora lì con loro...

Dopo aver visto il film sono andata a cercare notizie su questa ragazza e sapete? ancora oggi se ci penso mi commuovo. Per la storia in sè, certo. Ma anche perché il film è fatto davvero bene. Non ci sono effetti speciali, è una storia semplice, serei dire di paese. Ma è raccontata come si deve.

Ve lo consiglio, davvero. Certo, dovete avere un po' di kleenex a portata di mano... ma ne vale la pena.

Fatemi poi sapere, ok?

Alla prossima!

giovedì 2 agosto 2018

L'insostenibile cattiveria dei social

Buongiorno a tutti, amici.

Oggi un post un po' particolare. Non recensisco, non racconto, non consiglio nulla. Semplicemente mi sfogo. 

Sì, insomma, da tempo ormai si sa che il web è diventato uno zoo. Per citare - per l'ennesima volta, lo so, originalità come se non ci fosse un domani - il compianto Umberto Eco: "I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli"




Io non voglio assegnare tale epiteto a nessuno, primo perché non sono Eco, secondo (e ancora più importante) perché, comunque, non mi va assolutamente di farlo. Se no, tanto vale, sarei esattamente come quelli di cui mi lamento. 

Sempre, tra l'altro, che queste parole Eco le abbia pronunciate davvero. C'è un mare talmente vasto di bufale, citazioni fasulle e notizie più farlocche di una bottiglia di olio di gomito, che ormai tendo a fidarmi solo di ciò che mi viene riportato di prima mano, dal diretto interessato e scritto su carta bollata vidimata dal notaio... sono sempre stata una debunker, sono una fan di Piero Angela e Massimo Polidoro, sono stata socia (e ora simpatizzante) del CICAP, ho un libro autografato da Lorenzo Montali, ho studiato il folklore e le leggende metropolitane e conosco tutti i metodi per riconoscere una bufala quando la vedo. Ma ormai ce ne sono così tante che sembra di girare in un labirinto, la cui uscita si allontana a ogni notizia smontata. 



Ma non è nemmeno questo il lato peggiore. Quello che mi sta facendo montare una nausea da primato che in confronto i primi tre mesi di entrambe le mie gravidanze sono stati una passeggiata è la cattiveria. Dio mio, quanta ce n'è. Troppa. Davvero. 

Mi sembra abbastanza scontato che non possiamo pensarla tutti allo stesso modo. Se a me piace il cioccolato e la panna mi fa orrore, non riuscirai mai a convincermi che una torta chantilly sia il massimo della vita. Ma questo mio impuntarmi sulle mie idee non ti darà mai e poi mai il diritto di insultarmi. Cosa che invece avviene regolarmente sui social. 
Anche se tu sei convinto di quello che dici e anche se io sono convinta che tu sbagli, possibile mai che non si possa trovare il modo di discutere in maniera civile, esponendo i fatti a favore di una o dell'altra teoria, per poi trovare un accordo di compromesso? No, pare di no. Ogni giorno vedo commenti al vetriolo, insulti o frecciatine a chiunque abbia la sfrontatezza di esprimere un suo parere. Ci sono temi più triviali e altri molto più seri, ma a prescindere dal "peso" dell'argomento, la sostanza non cambia.
Cosa mi tocca vedere, santo Cielo! E da entrambi i lati, eh. Da qualsiasi parte della barricata uno si trovi, quelli dall'altro lato devono essere massacrati perché ignoranti, perché stupidi.
Perché sì.
Ma non pensate che si possa parlare civilmente? Capire l'uno cosa pensa l'altro? Trovare una via di mezzo e magari, se proprio non si riesce a trovare un accordo, dire "no, guarda, non sono affatto d'accordo con te. Ti rispetto come persona, ma secondo me su questo argomento sbagli". 

Il problema è che comunque in questa guerra siamo a chissà quanti chilometri di distanza dagli altri contendenti e lo schermo del nostro laptop è come quello della battaglia navale, ci sentiamo protetti da esso, schermati in un certo senso, autorizzati a sparare un "B7" e sentirsi realizzati vedendo che abbiamo affondato un incrociatore. 
Ma vi sembra una cosa normale? 
Siamo in un'epoca fortunata, in cui possiamo esprimere le nostre opinioni, comunicare con persone all'altro capo del mondo, conoscere e scoprire cose che solo trent'anni fa erano impensabili. E invece di sfruttare questa conoscenza pressochè infinita usiamo la tecnologia a nostra disposizione per seminare cattiveria. Credendoci dei gran fighi.



Bah... ogni giorno dico che voglio cancellarmi da Facebook, poi ci ripenso, un po' perché non è colpa di Facebook ma dell'uso che certi ne fanno; e poi perché mi permette di tenermi in contatto con tante persone in qualunque momento, e questo è un privilegio che mi dispiacerebbe perdere. Però, mi costa davvero tanta nausea, davvero tanta...



Scusate per lo sfogo... mi sa che ora è meglio che vada a prendermi un bel libro (bello sì, sto rileggendo per la millemillesima volta Stagioni Diverse...), che quelli raramente deludono!



Alla prossima!

venerdì 25 maggio 2018

Il Maggio dei Libri - Libri che Viaggiano...

Buon venerdì a tutti!
Nessuna recensione oggi,ma un post dedicato a una bella iniziativa a cui ha aderito la scuola in cui insegno.
Questa mattina, intorno alle dieci, alcuni ragazzi di diverse classi dell'ITCG "Piero Calamandrei" di Crescentino, accompagnati da una manciata di docenti (tra cui la sottoscritta) sono usciti dal cortile dell'istituto per recarsi nel centro cittadino, tra le bancarelle del mercato, armati "solo" della loro voce, dei loro talenti e di una carriola carica di libri da distribuire a chiunque volesse "adottarne" uno.

Ecco la simpatica carriola, che il nostro Simone ha
scarrozzato per le vie di Crescentino 


La lettura non è solo un toccasana per vivere meglio ma anche un’attività piacevole che è di casa ovunque: nessun luogo è davvero estraneo ai libri e ai lettori. Dal 23 aprile, Giornata mondiale UNESCO del libro e del diritto d’autore, Il Maggio dei Libri rinnova il proprio appuntamento con l’obiettivo di sottolineare il valore della lettura quale elemento chiave della crescita personale, culturale e civile, e si concluderà il 31 maggio. 
[…] il claim del Maggio dei Libri 2018: ‘Vo(g)liamo leggere’. Il messaggio non potrebbe essere più chiaro – la lettura mette le ali e consente di raggiungere attraverso i libri tutti i mondi possibili, trasportati con leggerezza dalle parole.



Queste le parole riportate sul sito del progetto Il Maggio dei Libri, cui la scuola ha aderito e sul quale abbiamo lavorato nelle scorse settimane. I ragazzi si sono attivati in diverse attività legate alla lettura e al suo significato, in particolar modo concentrandosi sul tema dell'edizione: lettura come libertà. In un primo incontro, grazie anche all'aiuto del docente di informatica, Alberto, i ragazzi si sono radunati per rispondere  a due domande riguardanti la lettura e la libertà, al fine di creare altrettanti wordcloud che evidenziassero le risposte date con maggior frequenza. Il risultato è stato questo:





Due domande distinte che però, come potete vedere, hanno evidenziato alcuni punti in comune. La parola conoscenza appare in entrambi, e se la lettura è libertà, la libertà è a sua volta felicità, salvezza, divertimento.  Da queste wordcloud è nato un dibattito interessante sul concetto di libertà, non così scontato come può apparire a prima vista; un dibattito che tra l'altro mi ha dato modo ancora una volta di constatare come i nostri ragazzi, se stimolati dalle giuste fonti, hanno menti aperte e mature e producono a volte ragionamenti così profondi che il mio amore per il mio lavoro ne trae vera linfa vitale.

In altre tappe del progetto, i ragazzi hanno scelto (aiutati anche da me e dalla mia collega/barra/ amica Eloisa - ps chissà se indovinate chi ha fornito gli stralci di testo dal racconto Rita Hayworth e la Redenzione di Shawshank?...) alcuni brani che sarebbero poi stati da loro stessi letti ad alta voce questa mattina. In questo duro compito (sembra facile declamare testi di fronte a un pubblico, ma non lo è per niente!) sono stati aiutati da due professionisti (membri di un'associazione culturale, La Quarta Parete, che si occupa di spettacoli teatrali a livello locale), i quali hanno dato loro consigli preziosi per dare ai brani letti la giusta intonazione e profondità. Facendo un gran bel lavoro, visti i risultati odierni.


Ebbene, è o non è una scaletta
di tutto rispetto?
E quindi, dopo queste settimane di preparazione, oggi finalmente è arrivato il gran giorno. I ragazzi sono stati davvero bravi, senza contare che il sole a picco e il gran caldo improvvisamente scoppiato non rendeva l'impresa facile.

Alcuni ragazzi, anziché leggere, hanno voluto allietare il pubblico con esibizioni dei loro talenti. E quindi avevamo Raffaele, con le sue doti da giocoliere; Arthur, che ha stupito tutti con le sue evoluzioni di break dance (sono rimasta basita!); Giuliana, che ha cantato splendidamente diversi brani da pelle d'oca, con una voce incredibile (e io un giorno potrò dire: "io ero la sua insegnante di inglese!!!").

Alla lettura tutti gli altri. Cecilia, Michelle, Kenza, Veronica, Martina, Lorenzo, Simone, Ioana, e ancora le ragazze della classe prima, super emozionate... Giulia, Margherita, Martina (sì, ne avevamo ben tre, di Martina) e Marika. Siete andate alla grande, ragazze!

Una delle nostre brave lettrici
A fare da cornice a tutte queste esibizioni, anche l'iniziativa di BookCrossing (e qui entra in gioco la carriola). Bookcrossing vuol dire mettere le ali ai libri; liberarli, farli viaggiare di mano in mano e di cuore in cuore. Oggi chiunque avesse voluto poteva portare via uno o più dei libri contenuti nella carriola. L'invito a tutti i BookCrossers è di portarsi il libro scelto a casa, leggerlo, e poi liberarlo di nuovo, perché possa trovare un nuovo lettore, un nuovo amico, e correre poi di nuovo libero per il mondo. All'inizio c'è stata un po' di diffidenza, da parte della gente. Comprensibile, certo. Ma poi la voce si è sparsa, e alla fine tanti libri hanno trovato mani amorevoli e menti curiose.

Queste sono iniziative belle, perché coinvolgono tutti, da chi le mette in atto a chi ne usufruisce. Un modo originale per far sbocciare nella gente la voglia di leggere. Perché è inutile obbligare, forzare. Più una cosa è forzata, più quella persona vorrà starne alla larga. Se invece la lettura diventa esperienza, come è stato questa mattina, allora è più facile far sì che le persone si stacchino dal cellulare e si aggrappino invece all'oggetto libro.


Eccoci qua, la Elo e io, stremate a fine mattinata (e se ve lo
state chiedendo, no, non ci eravamo messe d'accordo sul colore
della maglia!)

Ho voluto condividere subito con voi questa bella avventura, mentre era ancora fresca nella mia mente. Sono felice di aver contribuito e ringrazio Elo e Alberto di avermi coinvolta nel progetto. Chissà se potrò ripeterlo anche in futuro..

Alla prossima!



giovedì 24 maggio 2018

Nessuno è intoccabile

Ciao a tutti!
Oggi vi segnalo l'ultimo libro che ho incontrato sul mio cammino. Si tratta ancora una volta del romanzo di un autore italiano che però, questa volta, ancora non conoscevo.
Thomas Melis, classe 1980, è nato a Tortolì, in Sardegna; e proprio lì ha deciso di ambientare il suo secondo romanzo (il primo si intitola A un Passo dalla Vita). Solo che quella ritratta in Nessuno è Intoccabile non è la Sardegna della Costa Smeralda, delle spiagge bianche e delle feste fino all'alba. Quella che viene raccontata qui è la parte oscura dell'isola, quella della malavita e della politica marcia.



La trama, in breve, è questa:

In un angolo nascosto della Sardegna, dove il mare e la montagna si fronteggiano, due famiglie malavitose combattono una guerra senza tempo in nome di un codice antico. Vissente Degortes e il Castigliano vogliono imporre un dominio di sangue sulla provincia di Porto Sant’Andrea, spazzando via la fazione avversaria dei Corràsi. Lungo la loro strada incontrano Giovanni Fenu, un politico ambizioso fedele a un imperativo: cogliere le occasioni che la vita regala. 
La discesa negli inferi della violenza più spietata. Il dovere della vendetta. I rapporti con le organizzazioni criminali nazionali, la politica in cerca di voti e la speculazione imprenditoriale senza scrupoli. In una terra che non vuole padroni e dove vale una sola regola: nessuno è intoccabile.



Due famiglie, quindi, da anni in lotta tra loro. Che però non ne sono le uniche protagoniste. Una parte importante, infatti, è giocata dalla politica:quella dei corrotti, degli intrighi e dei  suoi legami con la malavita locale.


La lettura è resa un po' ostica dall'uso ricorrente di espressioni tipiche della lingua sarda, ma è sufficiente addentrarsi oltre i primi capitoli per acquisire una certa dimestichezza e godersi gli sviluppi della trama. Senza contare che ho scoperto il significato di diverse parole, come greffa o bidda (o altre un po' più colorite...).

Linguaggio a parte, ci sono nel libro diverse belle descrizioni, dei luoghi ma soprattutto delle tradizioni dell'isola; un dettaglio che aiuta il lettore, anche quello che della Sardegna ha sempre e solo visto i luoghi di villeggiatura o il mare turchese, di comprendere i meccanismi della vicenda e le reazioni dei personaggi.

Spero di avervi incuriosito, sono sempre contenta di poter dare spazio in queste pagine agli autori nostrani, come in questo caso. 

Alla prossima!


lunedì 7 maggio 2018

Ernesto - genesi di un eroe

Buongiorno a tutti, cari lettori.

Oggi segnalo un libro bello, ma proprio bello. Si intitola Ernesto, Genesi di un Eroe.

Premessa numero uno. Nel libro in questione si fanno riferimenti alla questione politica attuale. In questa mia recensione NON dirò nulla a riguardo; non lascerò trapelare le mie opinioni, non farò accenni specifici; tratterò il libro solo ed esclusivamente dal punto di vista narrativo e del piacere della lettura, senza soffermarmici troppo e fingendo che tutti gli eventi siano totalmente slegati dalla realtà politica italiana. Ho visto troppi eventi conviviali trasformarsi in ring virtuali per voler rischiare lo stesso qui. Senza contare che si tratta comunque, palesemente, di un'esagerazione riguardo un ipotetico futuro. Un concetto, però, è chiaro e non va tralasciato. Ma ne parleremo dopo.

Premessa numero due. L'autore è un grande amico, Francesco Nucera. Vi avevo già parlato di lui relativamente alla sua raccolta di racconti Le Mille Facce della Stessa Moneta. Come dicevo, Francesco è un amico, organizzatore del contest La Sfida a... sul sito Minuti Contati (a cui ogni tanto partecipo anche io) e personaggio sempre molto disponibile e paziente (oh quanto spesso gli rompo le scatole!). Per questo sono davvero felice che il suo primo romanzo, per cui gli faccio il mio più sentito "in bocca al lupo", sia in effetti così bello e ben scritto. Ma andiamo con ordine.



Come dicevo sopra, il romanzo viaggia su binari distopici. In un ipotetico futuro, un determinato, pericoloso tipo di fanatismo ha preso il sopravvento. Alcune persone, ritenute non gradite, vengono allontanate dalla fazione al potere, creando una spaccatura, dando forma a una società totalitaria fondata sulla paura e portando, infine, alla guerra. L'Ernesto del titolo è l'eroe che, a questa orrenda guerra, pone fine. Ernesto è un personaggio enigmatico, ai limiti del leggendario; non si sa molto di lui, finché un giovane giornalista di nome Johnny non ottiene il privilegio di poterlo intervistare.

E qui inizia il bello. Qualcosa, infatti, non convince del tutto Johnny. Alcuni dettagli iniziano a insinuare dubbi nell'animo del giornalista, che decide quindi di vederci chiaro. Questa è la chiave, almeno per quanto mi riguarda, del successo del libro. Il testo alterna il racconto di Ernesto sul proprio passato con le indagini di Johnny, il quale, dopo ogni "seduta" con l'eroe, parte alla ricerca di riconferme su quanto gli è stato raccontato. 

A me piace molto, per esempio, quando guardo un film o leggo un romanzo o un racconto che tratta di una storia vera, andare poi a cercare notizie sull'evento, scoprire i volti dei veri protagonisti, cogliere le differenze con la fiction; per esempio, anche se sapevo benissimo che molto di quanto avevo letto era del tutto inventato, sia a Roma che a Parigi ho cercato di ripercorrere e visitare i luoghi citati nei romanzi di Dan Brown. Non so, sembra quasi di sentire il clic di tasselli che vanno al loro posto, come se solo da quel momento la storia che mi ha fatto emozionare acquistasse davvero un senso. E questa è all'incirca la sensazione che si prova, di capitolo in capitolo, durante la lettura. Ci troviamo di fronte a una continua scoperta. Alla ricostruzione di un percorso che potrebbe essere solo fantasia e che invece, nel momento in cui ci si trova di fronte a quella casa, a quei simboli, a quelle persone, che prima erano solo parole e immagini mentali ma che ora sono invece tangibili, vere, prende magicamente vita. Questa, secondo me, è la principale magia del romanzo.

Passiamo ai personaggi. Ce ne sono tanti. Alcuni buoni, alcuni cattivi...
No, non è vero.
Qui non troverete il classico contrasto bene/male. Certo, ci sono certi tizi che hanno la cattiveria nel sangue e che si fanno odiare mortalmente fin dal primo istante. Ma gli altri, specialmente i protagonisti, sono in primo luogo umani. Hanno luci e ombre, pregi e difetti, esattamente come chiunque su questa terra. Questo li rende molto verosimili e agevola l'immedesimazione.
Alcuni mi hanno convinto di più, altri di meno, ma tutti hanno qualcosa da raccontare. Vi starete chiedendo cosa penso di Ernesto. Alla fine, è davvero l'eroe che tutti amano oppure no? Ovviamente non ve lo dico (il post è rigorosamente spoiler-free), ma quello che vi posso dire è che si tratta di un personaggio fantastico, ben costruito, reale. Alla fine, non esagero, sembra di averlo realmente conosciuto, come e forse persino meglio di come abbia fatto Johnny. 

La costruzione del romanzo è molto buona; senza dirvi cosa succede, vi posso solo anticipare che ogni avvenimento avrà alla fine una sua ragion d'essere, ogni domanda avrà la sua risposta, ogni personaggio avrà dato tutto quello che aveva da dare. Non mi sono accorta di buchi di trama o passaggi lasciati in sospeso.

Vi parlavo all'inizio di un concetto chiaro, di un leitmotiv che percorre l'intera narrazione e che va assolutamente evidenziato. L'intolleranza. Quella è l'idea che sta alla base di tutte le vicende narrate in questo libro. Un concetto che, ahimè, è sempre troppo attuale. Qui si parla più che altro di intolleranza razziale, ma ce ne sono di molti tipi, tutti pessimi. C'è sempre, alla base, il rifiuto del diverso; spesso per motivi futili. Una persona dovrebbe essere giudicata per le proprie azioni, no? Invece in molti casi ci si basa su altri aspetti, del tutto irrilevanti. Il problema è che ogni tipo di intolleranza, specialmente se sfocia nel fanatismo, non può portare altro che guai. Non solo per chi ne è vittima, ma per la società intera.

Piccolo avvertimento. In certi passaggi il libro è piuttosto crudo. Tre, a mio avviso, sono le scene particolarmente disturbanti. Ma ognuna di esse è lì dove deve stare. Tagliarle, specialmente due di esse, toglierebbe molto al romanzo; quindi, preparatevi, perché il viaggio potrebbe avere un paio di scossoni, senza i quali però non si arriverebbe con soddisfazione al premio finale (e vi garantisco che vale davvero la pena arrivarci).

Spero di avervi incuriositi e rinnovo i miei complimenti e un immenso  "in bocca al lupo" a Francesco. Sono davvero contenta per te!

Alla prossima!


martedì 1 maggio 2018

Letteratura Nordamericana - Phillis Wheatley

Ma buongiorno a tutti!

Oggi vi parlo di una persona eccezionale. Una giovane donna che ha al suo attivo ben due primati.
Non si tratta però di un'atleta olimpica, bensì di una ragazza nata nel lontano 1753. Di chi sto parlando, e quali sono questi due primati?

Andiamo a scoprirlo...

La nostra giovane amica si chiama Phillis Wheatley.
Bambina prodigio fin dalla più tenera età... nonché schiava.
Nasce infatti in Africa (probabilmente in Senegal, ma alcune fonti propendono più verso il Gambia) e all'età di otto anni viene acquistata (santo Cielo, acquistata... nemmeno fosse un paio di scarpe...) da un ricco sarto, John Wheatley, che la "regala" alla moglie Susannah.
Nonostante lo squallore delle parole che ho dovuto usare poco fa (allucinante l'idea di una bambina che venga acquistata e regalata), Phillis è in effetti molto fortunata. Molti proprietari di schiavi sono crudeli e trattano i loro acquisti come se davvero fossero oggetti (anzi, alcuni hanno probabilmente più cura degli utensili domestici che dei loro schiavi).
Ma John e Susannah sono di tutt'altra pasta. Si rendono subito conto che Phillis è dotata di un acume straordinario che è bene coltivare. Quindi, in un'epoca in cui solo a poche ragazze bianche è data una vera istruzione, a Phillis, schiava di colore, vengono insegnati l'inglese, il greco e il latino (così bene che riesce a tradurre alla perfezione un testo di Ovidio), la storia, la geografia e la religione. Grazie a quest'ultima e allo studio della Bibbia, entra inoltre in contatto con alcuni esponenti di una corrente che considera la schiavitù del tutto incompatibile con gli insegnamenti cristiani.

L'opera che per prima la rende famosa è un poema scritto alla morte del predicatore inglese George Whitefield, pubblicata quando lei  ha solamente diciassette anni. Non vi ho ancora colpiti? Bene, pensate che una delle sue poesie più famose, On Being Brought from Africa to America, è nata dalla sua fantasia di quindicenne. Forse al giorno d'oggi, calcolando com'è cambiata l'istruzione delle ragazze, può non sembrare questo granché. Ma vi assicuro che, trattandosi di una schiava del diciottesimo secolo, il discorso cambia. Pensate che, addirittura, Phillis deve vedersela con il tribunale proprio a causa delle sue poesie. Dato che in pochi credono che una donna giovane, per di più negra (brutta parola, lo so...), sia in grado di produrre opere così sublimi, ella deve difendere di fronte alla corte l'autenticità delle proprie poesie. Ci riesce, ma non riesco nemmeno a immaginare l'umiliazione...

Nonostante questa vittoria, i suoi lavori non vengono degnati di troppa attenzione; verranno riscoperti negli anni Trenta dell'Ottocento dai movimenti abolizionisti, per essere infine riportati alle luci della ribalta dallo scrittore e critico statunitense Henry Louis Gates Jr. Ed è un peccato che abbiano passato tanto tempo nell'ombra. Perché guardate, ad esempio, la poesia di cui vi parlavo prima, On Being Brought from Africa to America:

     'Twas mercy brought me from my Pagan land
    Taught my benighted soul to understand
    That there's a God, that there's a Saviour too:
La statua di Phillis Wheatley al Women's Memorial
di Boston

Once I redemption neither sought nor knew.
Some view our sable race with scornful eye,
"Their colour is a diabolic die."
Remember, Christians, Negros, black as Cain,
May be refin'd, and join th' angelic train.

     Fu la pietà che mi portò dalla mia terra pagana,
     Insegnò alla mia anima ottenebrata a comprendere
     Che c'è un Dio, che c'è anche un Salvatore:
    Una volta non conoscevo né cercavo la redenzione.
    Alcuni guardano alla nostra scura razza con occhio sprezzante,
   "Il loro colore è diabolico."
   Ricordate, Cristiani, i Negri, neri come Caino,
   Possono essere purificati e unirsi al coro degli angeli.
(traduzione mia)

Ci sarebbe da parlare per ore, analizzando questa poesia e discutendone i significati e i riferimenti. Ma mi accontento di farvi notare quando sia bella nella sua semplicità.

Oh, giusto, vi parlavo dei due primati di Phillis. Sono stati enunciati dal già citato Henry Louis Gates Jr. con queste parole: "Wheatley ha lanciato due tradizioni in una volta - la tradizione letteraria afro-americana e la tradizione letteraria delle donne afro-americane. È un fatto straordinario che non solo una bensì entrambe queste tradizioni siano state fondate simultaneamente da una donna di colore - certamente un evento unico nella storia della letteratura - ed è inoltre ironico che di questo evento di origini letterarie comuni e contigue molti studiosi non si siano accorti".

Alla prossima, con un'altra signora della letteratura!

venerdì 20 aprile 2018

Letteratura USA - Thomas Paine

Buongiorno a tutti!

Dopo una pausa piuttosto corposa ritorno a parlare della letteratura Nordamericana. Proseguiamo nell'elenco di scrittori del periodo indipendentista, parlando di quello che ha scritto forse l'opera che ha materialmente spianato la strada alla Dichiarazione di Indipendenza. L'opera è il pamphlet Common Sense e lo scrittore in questione è Thomas Paine.

Paine nasce nel 1737 in Inghilterra. Nonostante questo, e nonostante egli arrivi in America quando è ormai decisamente grandicello (a trentasette anni), il nostro diventa un accanito sostenitore della democrazia e, soprattutto, dell'indipendenza dalla madrepatria, tanto da venire annoverato tra i Padri Fondatori Americani.
Ma andiamo con ordine.

Paine, a prima vista, non sembrerebbe esattamente l'icona della perfezione.
Per dire, perde il lavoro (quando è ancora in Inghilterra, impiegato come ufficiale delle accise) per aver indicato come esaminate delle merci che lui in realtà non aveva nemmeno guardato di striscio. 
Ma, a parte questo, la testa gli funziona molto bene, cosa di cui si accorge anche Benjamin Franklin . Questi lo incontra per la prima volta a Londra e rivede in Thomas un po' di se stesso: un uomo notevole, autodidatta, curioso nei confronti di tutto ciò che lo circonda, dalla filosofia, alla legge, alla politica, alle leggi naturali che governano il mondo. Proprio grazie a questo incontro Paine decide di passare dall'altra parte dell'Atlantico; nel 1774 approda sulle coste americane, stabilendosi a Philadelphia e preparandosi ad accompagnare per mano il Paese verso l'indipendenza.

Il 10 gennaio 1776 (solo sei mesi - scarsi - prima della firma della Dichiarazione) il pamphlet Common Sense fa la sua prima apparizione. Diventa il primo, vero bestseller americano: in poco più di tre mesi vende più di centomila copie, diffondendosi a macchia d'olio in tutte e tredici le colonie.
Ebbene, cosa c'è in questo testo di così accattivante da meritare una tale diffusione?
Beh, fondamentalmente Common Sense è un messaggio per l'uomo della strada. La questione della lotta contro gli abusi della madrepatria era già in ballo da tempo. Il Boston Tea Party, cui erano seguiti gli Intolerable Acts, era storia di tre anni prima, mentre le prime battaglie di quella che sarebbe stata conosciuta come Guerra di Indipendenza Americana erano iniziate nell'aprile dell'anno precedente. Ma è con la pubblicazione di Common Sense che tutti gli Americani, non solo l'elite o quelli chiamati a combattere, bensì proprio tutti quanti, si battono realmente per l'indipendenza. Paine, grazie a una scrittura scorrevole, raggiunge il cuore pulsante dell'America. Non usa termini difficili, bypassa il latino, evita di lanciarsi in complicate dissertazioni filosofiche. Vuole parlare all'uomo comune e per farlo usa uno stile semplice, alla portata di tutti; ne fa quasi un sermone, aggiungendo qua e là citazioni bibliche e rendendo quindi la lettura di più facile fruizione.


Possiamo dire che gli argomenti principali del testo sono due.

Da un lato la critica alla monarchia, vista come uno dei grandi mali dell'umanità; se gli uomini sono nati tutti uguali, com'è possibile che ci possa essere la distinzione tra re e sudditi?

Mankind being originally equals in the order of creation, [...] there is another and greater distinction for which no truly natural or religious reason can be assigned, and that is, the distinction of men into kings and subjects. Male and female are the distinctions of nature, good and bad the distinctions of heaven; but how a race of men came into the world so exalted above the rest, and distinguished like some new species, is worth enquiring into, and whether they are the means of happiness or of misery to mankind. 

In the early ages of the world, according to the scripture chronology, there were no kings; the consequence of which was there were no wars; it is the pride of kings which throw mankind into confusion.


Dall'altro, la necessità di staccarsi da quella madrepatria che vuole mantenere a sé le colonie per mero interesse, nonperché vi sia un attaccamento nei confronti dei coloni. Rifiuta la teoria della riconciliazione, sostenendo che il governo inglese, prima o poi, dovrà per forza di cose sparire.

The authority of Great-Britain over this continent, is a form of government, which sooner or later must have an end

Interessante inoltre notare come, in questa sua chiamata, Paine, benché inglese di origine, inserisca anche se stesso in quel "noi" con cui si riferisce ai coloni Americani

Let the names of Whig and Tory be extinct; and let none other be heard among us, than those of a good citizen, an open and resolute friend, and a virtuous supporter of the rights of mankind and of the FREE AND INDEPENDANT STATES OF AMERICA.

Molte altre sono le cose interessanti che si possono trovare in questo pamphlet e che spiegano come mai abbia avuto una tale importanza nel percorso verso l'indipendenza. Si parla della costituzione, dei vantaggi per il commercio, della pace. Ma non è ovviamente questo il luogo adatto per dilungarsi così tanto.

Spero comunque che questo post vi abbia incuriosito. Se vi va di leggervi tutto il testo, potete trovarlo qui, sul sito del Project Gutenberg (in inglese).

Alla prossima!



venerdì 16 marzo 2018

Space Food - si mangia anche in orbita!

Ciao a tutti amici!
Come state?

Niente da fare, ultimamente, davvero, questa cosa a me quasi sconosciuta chiamata fantascienza, che io per anni e anni ho tenuto a distanza, continua a venirmi dietro. Probabilmente si è attivata, a mia insaputa, una speciale calamita che attira il genere, non lo so. Fatto sta che, lo avrete notato, essa ha trovato ampio spazio in questo blog.

E anche il libro di cui vi parlo oggi fa parte di questo filone.
Ma come vedrete, in questo caso particolare si tratta di un tipo di fantascienza decisamente peculiare, se mi passate il termine un po' "stramba".


Infatti qui c'è abbastanza da ridere. Space Food, il romanzo di Andrea Coco che mi è ultimamente capitato tra le mani, la fantascienza la prende un po' in giro. Anche se, forse, più che la fantascienza esso prende in giro quella mania, tutta tipica degli ultimi anni, di esser tutti esperti gastronomi.

Sono spuntati diversi reality sulla cucina, che se all'inizio erano anche divertenti ora iniziano a ripetersi, sempre uguali a se stessi (e, diciamolo, palesemente pilotati... almeno, secondo me è così... ma questo è un altro discorso).
La cucina, negli ultimi tempi, è diventato un must. Pensate solo a quanti programmi esistono, nei vari palinsesti, dedicati ai fornelli e a tutto quello che gli sta intorno. Ci sono interi canali dedicati solo a quello.
E molti dei programmi che lì vengono trasmessi sono di qualità. Io stessa ne seguo alcuni, un po' per divertimento, un po' per carpire qualche segreto mistico che renda i miei piatti più gustosi, o scoprire qualche ricetta originale o salutare. E poi ci sono loro, le trasmissioni dei critici gastronomici che girano diversi ristoranti, a volte lodandoli, più spesso (perché fa audience) stroncandoli miseramente.  

E cavalcando quest'onda, anche il nostro Andrea Coco elegge a protagonista del suo libro proprio un critico gastronomico, tal Aner Sims. E il colpo di genio è proprio mischiare il cibo e lo spazio siderale, due concetti che teoricamente sarebbero molto distanti ma che qui convivono in un equilibrio in certi punti decisamente spassoso. 
La prima parte del libro è costruita a tutti gli effetti come una vera e propria recensione. Aner si reca alla "Taverna Galattica di Mario", ristorante posto su un satellite artificiale geostazionario ubicato al di sopra di un asteroide vulcanico (!) per una cena di San Valentino. E gliene capitano di ogni..! Alla fine, sebbene in effetti il critico riesca a dare le sue impressioni sulle portate (a dire il vero in certi casi poco lusinghiere), la cena passa in secondo piano quando gli eventi iniziano a prendere una brutta piega.
Il resto del libro è invece costruito come una normale narrazione ed è suddiviso in due parti, che narrano altrettante avventure.

Ci sono nel complesso degli spunti davvero divertenti, nonché riferimenti a fatti reali o a elementi della cultura popolare che aggiungono quel minimo di verosimiglianza alla storia. Penso ad esempio a rimandi a canzoni molto note (anche goliardiche) oppure all'accenno alla pietra di Blarney nell'omonimo castello, famoso sito turistico irlandese di cui tra l'altro ho parlato qualche tempo fa con i miei ragazzi a scuola. 
Questo riferimento viene fatto in quella che secondo me è la parte migliore di tutto il libro. Per entrare in un particolare ristorante, infatti, occorre dare prova di eloquenza. Se ci si riesce, si entra, altrimenti... beh, non ve lo dico. In ogni caso, questi passaggi danno vita a storie nella storia, lasciando posto anche alle già citate canzoni "da osteria" e persino alla poesia. In più qui si trova un altro riferimento ai famosi reality di cui parlavo prima: i giudici all'ingresso sono tre, e i responsi sono, per esempio, di "due sì e un no"... ricorda qualcosa? Poi magari il riferimento non è stato volontario, ma dubito.

To sum up: credo che Space Food sia un libro che può piacere a un pubblico eterogeneo. Io che sono un'ignorante quasi totale in questo genere (nonostante ci stia bazzicando spesso ultimamente) ho trovato comunque la storia godibile; chi invece sia più avvezzo di me potrebbe trovarci altri riferimenti che io non ho colto e gradirla ancora di più. 
C'è anche spazio per un piccolo tuffo nella nostalgia per gli anni Ottanta, tipo i gettoni della Sip (chi se li ricorda? Se sei orgoglioso di averli usati, metti mi piace e condividi!) o telefilm come Love Boat... 
Il pregio del libro è forse che, non essendo in realtà costretto in nessun genere preciso, potendo essere sia serio che faceto, può prendere spunto da qualsiasi cosa, può toccare virtualmente qualsiasi argomento, risultando quindi variegato e divertente.

Alla prossima!


giovedì 22 febbraio 2018

Non sono scappata... ma ho "galleggiato" un po'!

Ragazzi, che fatica...
Si sente spesso dire che servirebbero delle giornate da quarantotto ore. Oh, gente, quanto è vero!
Tra il lavoro e la famiglia non riesco praticamente più a trovare il tempo (e, quando quest'ultimo finalmente si fa vivo, le energie) per produrre qualcosa. L'ultimo post sul blog risale a due mesi fa (abbondanti); uno dei propositi di inizio anno era stato di scrivere di più, e invece ho a malapena trovato lo stimolo per un breve racconto da proporre a un contest nella mia zona a cui tenevo particolarmente, per il resto calma piatta; senza contare l'influenza devastante che mi ha colpito proprio durante le feste natalizie (la febbre è arrivata il giorno di Natale e ho iniziato a stare sufficientemente bene all'Epifania... quando si dice la legge di Murphy in azione...).
Insomma, un disastro su tutta la linea.

Fortunatamente almeno le letture proseguono. Anzi, in questo momento sto leggendo una raccolta di racconti davvero interessante. Avevo abbandonato la letteratura d'oltreoceano per un certo periodo, concentrandomi maggiormente sulle produzioni nostrane; ma ora ho voluto testare un autore che da anni volevo leggere ma che, alla fine, avevo sempre rimandato. Il libro è 20th Century Ghosts, di Joe Hill. Figlio, per chi non lo sapesse, del grande King. E devo dire che ha preso molto dal padre, anzi, in certi passaggi l'allievo pare quasi superare il maestro. Sono solo a metà strada, ma quello che ho visto finora mi piace davvero molto.

Parlando di King, nel frattempo ho finalmente visto anche io la versione di Muschietti di IT. Con due bambini piccoli mi è risultato difficile andare a vederlo al cinema, quindi ho pazientemente atteso l'uscita in Blu-ray. Ringraziando profusamente il servizio Prime di Amazon, nel giro di 24 ore l'ambito cofanetto era tra le mie mani! E devo dire che me lo sono proprio gustato.


Volete la mia opinione? Beh, secondo me è una grandiosa trasposizione.

Ho visto molti discutere sull'annoso dilemma: meglio Curry o Skarsgård? Meglio i vecchi Perdenti o i nuovi? Secondo me è una domanda che non può avere risposta.
A dividere le due versioni ci sono troppe cose. Prima di tutto ventisette anni. Gli effetti speciali si sono evoluti in maniera esponenziale, ovvio che, almeno dal punto di vista puramente visivo, la versione moderna sia più spettacolare. Inoltre quella del '90 era una miniserie, pensata per il piccolo schermo e non per il cinema.
Per quanto riguarda la recitazione, io sono una fan sfegatata di Curry; secondo me è un grande attore, dotato di una mimica favolosa e di uno sguardo penetrante, caratteristica importante quando si vuole interpretare un mostro come Pennywise; ma anche Skarsgård  ha dato secondo me prova di grande abilità recitativa; lo "scherzo" dell'occhio ballerino disturba, rende il volto del clown ancora più inquietante. Ecco, forse trovo il nuovo Penny troppo sopra le righe, spesso il suo tono è forse eccessivamente acuto, quasi ridicolo; ma d'altro canto è anche giusto, in fondo lui è un clown, e un clown deve (o almeno dovrebbe, a me hanno sempre fatto un po' senso) far ridere. Poco importa che il suo vero scopo sia banchettare con bambini innocenti; in fondo, quello che importa è entrare nella parte, no?

Arriviamo ai Perdenti. Anche qui, io adoravo Johnatan Brandis. Bill Denbrough per me ha sempre avuto e sempre avrà il suo volto. Ma ho trovato la recitazione di alcuni dei nuovi cuccioli (specialmente Bill, Eddie e Richie) davvero fantastica, per nulla stereotipata, anzi. In ogni caso, anche qui un vero e proprio confronto con le "vecchie glorie" mi sembra inutile; i tempi sono cambiati, sono passati molti anni nella realtà così come nel tempo della narrazione. La miniserie era ambientata nel tempo del romanzo, quindi negli anni cinquanta; ma qui i Perdenti sono (ehi, già; praticamente sono all'incirca miei coscritti!) ragazzini degli anni ottanta, per forza di cose devono essere diversi; hanno altri atteggiamenti, altre idee, altre problematiche. Una Beverly come quest'ultima negli anni cinquanta sarebbe suonata un po' anacronistica, almeno a mio avviso.

Insomma, se devo dare un mio giudizio, il film di Muschietti mi è davvero piaciuto. Ben fatto, per certi versi più aderente al romanzo rispetto alla miniserie. Mi spiace solo un po' che non abbiano mantenuto, come invece aveva fatto la pellicola anni novanta, la struttura narrativa che alternava le scene con i Perdenti bambini a quelle con i Perdenti adulti. Ma va bene.

Piccola postilla,; in classe, con i miei ragazzi di prima, abbiamo parlato di King (li sto anche interrogando sulla sua vita e il suo stile narrativo, e in molti mi stanno dando delle gran soddisfazioni, che bello!); molti hanno visto il film quindi ne abbiamo discusso; ma la cosa migliore è che alcuni, che hanno ammesso di non leggere mai nulla ("zero assoluto") si sono detti curiosi e molto probabilmente prenderanno uno dei suoi libri e inizieranno a leggerlo.
Io ho sempre letto molto, fin da bambina. Ma IT è stato il libro che mi ha aperto un mondo nuovo; presente quando dicono "Qual è il libro che hai letto e che ti ha cambiato la vita?"? Beh, per me è stato IT. Se Penny e i Perdenti  potessero cambiare la vita (quanto meno dal punto di vista letterario) anche dei miei splendidi ragazzi, sarebbe una coincidenza meravigliosa!
Alla prossima!